Anche oggi, forse specialmente oggi, quegli occhi che guardo con malinconia nello specchio mi parlano più di rabbia che non di nostalgia, fissi, indolenti, ormai bruciati nella congiuntiva e spersi alla ricerca di qualcosa che non c’è e non può esserci nel ritratto riflesso in un angolo del bagno di casa, un’immagine che non parla nemmeno più con il suo doppione a figura intera calato in un modo tutto suo nel mondo reale, perché forse troppe cose sarebbero da dire e troppo poco il tempo per star lì, immobili, a parlarsi per ore nella speranza di convincersi, prima o poi, dell’esistenza, spesso vana, di un’ancora di salvezza cui aggrapparsi, da qualche parte, proprio mentre attorno la terra ferma sembra essersi fatta un intrico di scogli contro cui fracassare il cranio e la piccola, insignificante barchetta della nostra esistenza nei soliti temporali di queste solite interminabili ore.
Non è pessimismo, né vendetta, né rancore, è solo una piccola cattiveria quella che ho nelle pupille, una piccola cattiveria che ho maturato in questo lungo mese fatto di bagliori di buio e lampi di tenebra, e soprattutto di assenza dai miei soliti palcoscenici, dai luoghi banali e consueti della mia piccola realtà, le mie vedute così ristrette e così belle, io, attore senza più un copione di vita, e di morte, perché il capitolo finale di tutta questa mia storia aquilana non l’ho scritto da me, ma un dio qualsiasi o un destino qualsiasi hanno scelto una conclusione diversa, muovendo il mondo fino a capovolgerlo, venti secondi che non ho vissuto ma che resteranno indelebili nella memoria di chi era là, quella notte, la notte che ha cambiato per sempre le nostre vite, in un modo o nell’altro, protagonisti involontari di una tragedia forse imprevedibile.
Se per qualcuno “quando si è giovani è strano poter pensare che la nostra sorte venga e ci prenda per mano”, oggi non mi sembra più vero, non può più esserlo perché troppo evidente, semmai, perché tutti sappiamo che il fato, sotto forma di terremoto, è venuto a rubare qualcosa a ciascuno di noi, a chi la vita, a chi i figli, a chi la casa, a chi più banalmente il tempo che restava da trascorrere ancora su quelle montagne d’Abruzzo, per costruire il proprio futuro, la propria vita, ed è questo quel che io ho perduto, non il passato, ma i progetti, ed i sogni nel cassetto.
Ora nel cassetto tengo solo le mutande, è come se fossi tornato indietro negli anni, come se non fossi mai partito da questa mia città di Catanzaro così risaputa e così straniera, come se i secondi si fossero bloccati e mi tornassero in mente i ricordi di posti che non ho mai vissuto, né visto, né conosciuto, ora che tutto è crollato, tutto ciò che avevo costruito a poco a poco, amicizie e amori che la terra ha spezzato e diviso, non solo la mia facoltà e le sue aule, ma il palazzo stesso della mia vita, e non vivo, non riesco più a farlo, perché questo posto è così banale e sciatto, abitato da mostri degni della fogna che è, perché qui non ho più niente e nessuno, perché qui non posso neanche cercare uno sguardo camminando nella folla di perfetti sconosciuti, non vivo, e non esisto nemmeno banalmente, il che sarebbe forse una via d’uscita, intrasono, se così si può dire, sono dentro me, solamente dentro me, e ad esser dentro, adesso, non è più il guardare alla specialistica che verrà ed a tutto il carrozzone conseguente con spavento, o terrore, o peggio ancora con noia e fastidio, perché il futuro sembra quasi non esserci più (o, se c’è, è così spaventosamente incognito ed inintelligibile che non dà l’impressione di esistere), tutto è presente, anche il passato che non passa mai di mente, una percezione che non smette mai di interagire con la memoria, un meccanismo perverso che mi ributta a viva forza nel girone ipermnestico da cui ero finalmente uscito.
Andrea, Americo, Alberto, Emanuele, Lorenza, Crizia, Oscar, Walter, Clemente, Francesco, Luca, Ilaria, Martina, Maria Barbara, Angelo, Fabio, persino Nuvola, e tanti altri, voci perse in una notte che sembra già perenne, insieme a tutte quelle facce che ho visto ed a cui non ho mai associato un nome, alle emozioni che ho vissuto, a metà, interamente, o peggio ancora per niente, mosaici di vite di cui perderò prima o poi i tasselli, come la tua, Arianna, un’esistenza sconosciuta anche in questo giorno in cui ho pensato di scrivermi ingannandomi di scriverti, in questi minuti in cui credo sia inutile l’aggrapparsi ancora alle nuvole che passano qua e là nel cielo per sfuggire a queste mie prigioni dell’anima ed eccomi qui, le mie parole davanti all’assenza dei tuoi occhi, e per l’ennesima volta la mia vita d’estraneo raccontata all’ennesimo personaggio a me del tutto ignoto, il mio racconto allo specchio ascoltato distrattamente da chi passa dietro le mie spalle, e mi fissa, e poi va via.
Certo, potrei non stare qua, potrei parlare di me a chi mi conosce meglio, a chi mi vive ogni giorno, è vero, qualcuno potrebbe suggerire sarebbe senz’altro più utile, tutto questo, ma non mi va, non mi va proprio, attorno a me non c’è nessuno e non voglio nessuno, qui, in Calabria, e c’è chi mi circonda e mi guarda senza mai dire nulla, o chiedere, in attesa di una mezza parola, di uno stupido canovaccio su cui costruir sopra buoni consigli o rinnovate speranze o condanne senz’appello, ma non mi vanno, adesso come sempre, i processi alle intenzioni, le analisi dei contesti e delle situazioni, la scomposizione in assurdità di ciascun problema o la soluzione in risa d’ogni sogno, non voglio le sentenze velenose, non voglio tutti quei motteggi arguti ed astrusi da alti pensatori realizzati con la convinzione di sapermi, e catalogarmi, e fabbricarmi e smontarmi, mi hanno cercato ma sono sparito, mi hanno chiesto ma non ho risposto, volevo parlare ma son stato zitto, ero in compagnia e mi sono isolato, ed ora ho voluto esser seduto a questo tavolo che non c’è e sono seduto con te, te che non mi puoi squadrare con lo sguardo idiota e che non puoi ignorarmi, te che non fai domande stupide perché non hai voce e te che non prendi tutto alla leggera perché hai dentro la presunzione di sapere cosa sia chi ti sta di fronte, perché in questo momento tu sei tutto, sei l’orecchio che mi ascolta e la bocca che mi parla, ma allo stesso tempo sei niente, sai niente, e ci lega un niente, non ci trattiene un tavolo invisibile né il filo della mia immaginazione, prenderò un altro treno e sarò di nuovo lontanissimo, tu salirai su d’un autobus e sarai più lontana ancora, ma siamo qui su queste sedie inesistenti in una stazione per nessun dove, siamo qui perché qui siamo capitati per caso, così come per caso le nostre vite si sono incrociate in un freddo mercoledì di gennaio.
Ed eccomi, allora, ed eccoti nuovamente qui, nella mia testa, nei miei pensieri confusi, nel mio ricordare incontrollato, i tuoi capelli lunghi, castani e ricci, gli occhi inespressivi, la bocca contorta nella solita smorfia di gatto ed il tuo smalto così orrendamente cremisi, e credo e so che pur non vedendoti ti riconoscerei fra mille, in notti calabre o nei boschi cullati nel loro sonno silente dal Liri, nelle vie e nelle piazze ora deserte dell’Aquila e nel ricordo delle aule affollate della nostra università, perché anche per te come per gli altri ho mandato giù a memoria tutta la scala dei tuoi sorrisi e dei tuoi sguardi, il tono monocorde delle tue sillabe, il viso immerso nella malinconia, il tuo continuo tentennare, parole a metà in un discorso mai iniziato che non finiremo mai, perché non penso esisterà più un tempo in cui poterti confondere con novecentonovantanove personaggi tutti così differenti e tutti così uguali a te, intensamente vacui, nascosti dietro il mascherone moderno di orribili occhiali da sole, e sederci attorno ad un tavolo a parlare delle solite stupidate, delle cose della vita, dell’idoneità d’inglese che fingevo non avrei superato mai o di Bretton Woods e di crisi energetiche, di fronte a quell’aula che mi chiedo se non sia stata polverizzata anch’essa come la mia, la tua, la nostra facoltà, sbriciolata in mille pezzi come tutti noi studenti, stupidi e intelligenti, affascinanti o orrendi, di lungo corso o matricole, come tutti i professori, capaci o meno, maestri o caporali, intellettuali del giorno dopo o no, come gli uscieri inutili quanto arroganti, come gli impiegati stipendiati a vuoto e come il Dipartimento di Storia, Palazzo Camponeschi e Palazzo Carli, edifici che non hanno più pareti e certo non perché sia entrato il cielo in una stanza o in un’aula sonnacchiosa, magari durante la lezione più noiosa che potesse mai capitarci, ma semplicemente perché i nostri corridoi, la nostra biblioteca, i nostri cortili e le nostre scale non esistono più, e come in un sogno li abitiamo, senza crepe, né squarci, quando Lettere e Filosofia è invece stretta attorno ad una tenda, quasi fossimo tuareg delle montagne e non del deserto, senza oasi, senza sole, ma con tanti chilometri alle spalle, un viaggio che ora sembra essere stato soltanto un miraggio, un’illusione che ogni tanto ci fa correre un brivido di nostalgia lungo la schiena e che spesso ci regala un sorriso, o ci condanna ad una lacrima.
E tutto questo fa male, fa male come il primo giorno in cui con il mio carico di speranze ed utopie ero sbarcato nel mio sogno reale, nell’Aquila che era libertà e maturità, coscienza ed incoscienza, presente e futuro senza un passato, la tela bianca su cui dipingere il mondo e la vita, fa male come il pensiero di un ultimo giorno che non avrebbe dovuto essere l’ultimo da vivere in una città così normale e bella e comune, le sue case, il suo corso, i suoi negozi, il suo archivio di stato dove leggevo di un senso di morte che credevo non l’avrebbe avvolta mai più, fa male come tutte le cose che perdi, per un istante o per sempre, fa male come la prima e l’ultima volta che ho scritto in pullman, la sera stessa in cui sono andato via, a marzo, in un luogo che non è né casa né niente e che non ha nessun comfort di sorta se non la musica di sempre, le solite note dei giorni soliti, riversando sui fogli nient’altro che un’anima strafogata di rabbia e dispiacere, priva di qualsivoglia volontà, perché non era più l’”hic manebimus optime” di due, quasi tre, anni prima, perché la voglia di scappare era diventata enorme, la voglia di fuggire da una quotidianità fatta di malumori e svogliatezze, di progetti naufragati e sogni infranti, perché fra tutti i capitoli che avrei immaginato di non scrivere l’ultimo mi aveva atterrito più di tutti gli altri, una speranza enorme trasformatasi in incubo, un orrendo mostro dallo smalto rosso e dal sorriso falso che infestava persino le mie notti, perché ci credevo, ci credevo perché era lecito pensare che, sì, questa sarebbe stata la volta e la svolta giusta, la persona giusta, ed invece no, non c’era stato nessun “yes, we can”, nessun “I’ve got the power” che tenessero il passo d’un altro fallimento, dell’ennesima delusione che, sommata a tutte le altre, aveva messo il punto, probabilmente quello definitivo, a quell’esperienza, perché il mio sogno e le mie illusioni erano ormai in pezzi, inutile negarlo, e non ci sarebbero state colle o nuove esperienze a ricomporlo, in poche settimane il cielo era diventato terra e la terra era sprofondata sotto ai miei piedi, fa male perché quel mostro eri tu, Arianna, fantasia ridicola e per sempre irrealizzabile, e soprattutto, soprattutto fa male perché questa realtà che rinnegavo e fuggivo è quella stessa città così martoriata, così ferita, così martirizzata di cui oggi tutti noi abbiamo nostalgia, il sacrario di pezzi delle nostre vite, la nostra amatissima e straordinaria città dell’Aquila.
mercoledì 6 maggio 2009
lunedì 23 febbraio 2009
Assonance Loop
... va cantata, non va letta.
Ed ora sono in loop su quest’assonanza,
ci son rime che ballan per tutta la stanza
e no, che di ritmo non ce n’è mai abbastanza,
finiscila, smettila, con la tua costanza:
da uomo compito non fai che parlare,
non sei progettato per ascoltare,
e sarai anche rigido, una bacchetta
ma il gelato al sole si squaglia più in fretta.
Hai mangiato pochino ma ti senti da re,
staresti sveglio anche fino alle tre,
senza caffè.
Giornata vuota, solita storia,
e neanche la minima traccia di noia,
segui la pista dei sogni bruciati
persi dietro pensieri sbagliati.
Non smetti mai di lavorare di testa,
nel tuo cervello c’è sempre un festa,
impulso ai neuroni, ecco la scossa,
ci vuol il terremoto per darti una mossa.
Ti muovi d’un passo, poi torni a sedere,
vorresti ancora qualcosa da bere.
Un altro bicchiere.
E’ già notte, è già tardi per urlare e cantare,
di là il vicino potrebbe sbraitare,
ma dentro la festa è già cominciata,
nessuna celebrità è ancora stata invitata,
le donne un miraggio,
cerchi la fuga che diventi un viaggio,
e cosa ti importi, che cosa non so,
qui in fin dei conti è tutto un “però”
,un “ma”, un saliscendi su queste scale,
e per i regali tu aspetti Natale.
Fai male.
Adesso no, tu non andare a letto,
c’è un altro finale al tuo giorno perfetto,
perché nel sonno potresti sperare
incubi impossibili da realizzare
quand’è la realtà che dev’essere sogno,
di questo e nient’altro avresti bisogno.
Ed anche se non t’importa di niente,
luci ed ombre nella tua mente,
basta aspettare, basta poltrire,
domani la sveglia e poi devi partire.
Ed ora sono in loop su quest’assonanza,
ci son rime che ballan per tutta la stanza.
... Baroque 'n' Roll!
domenica 22 febbraio 2009
Baroque 'n' Roll
Probabilmente dovrei convincermi che in foto vengo sempre, orribilmente, male.
Più sorrido, più faccio immensamente sforzo nel far finta di rendermi per qualche istante seriamente allegro, e più la bocca si contorce in una sorta di smorfia che mi sfigura, deturpando un viso già di per sé smunto, sfatto e smagrito, un volto da marinaio affetto da pellagra e con il fegato devastato dall’alcol.Non è questione di bellezza, credo, almeno fin’ad un certo punto, se è legittimo pensare che sia bello quel che è vero, e non viceversa, prendi Caravaggio, ad esempio, o chi per lui.
Il motivo di tutto e di tutto ciò sta oltre, ben oltre la semplice fisicità, e ben oltre il quadro, la mano del pittore o l’obiettivo d’una fotocamera.
Bisogna scavare col cucchiaio dentro la pellicola, evadere dalle solite celle dell’ovvietà e puntare dritto al cuore del soggetto, nello scatto, smangiarne il sacco di pelle e penetrarvici con forza, perché, forse sì, aveva ragione chi sosteneva che le foto rubassero i movimenti dell’anima e non solo quelli, al solito più appariscenti, e banali, del corpo.
Proprio per questo, allora, penso sia un gesto inutile sorridere, se l’unica voglia che si ha, in fondo, è quella di digrignare i denti, e, in fondo ai polmoni, trovare la forza disperata di lanciare un urlo, blaterando parole senza senso e vomitando la rabbia come si fosse indemoniati in preda alla violenza d’un ritmo infernale.
Tarantella, note meridionali, esatto, forse, credo, e Munch, magari, di una foto del genere ne sarebbe veramente fiero, e forse lo sarebbe ognuno di noi, quando, tornando indietro nel tempo, immagine dopo immagine, album dopo album, eviterebbe di riconoscere l’ipocrisia d’un sorriso guardando se stesso in quell’istantanea di tristezza.
Non che funzioni sempre così, è ovvio.Ci sono momenti scadenti e momenti esaltanti, in cui il riso è solo una scontata conseguenza del movimento ballerino della mente, momenti in cui la madeleine proustiana non ci andrà sicuramente di traverso, senza tossire nei ricordi e nel pensiero quello che si è taciuto anni, o forse secoli, prima.
Cazzate.
I ricordi, i sogni, le foto, tutte cazzate.
Tutto si spezza, si distrugge, si consuma, e noi stessi ingialliamo come fogli di carta, come pagine bianche di lettere mai scritte, prima di finire inghiottiti nel sempre vorace mondezzaio della sconfitta, chiamalo vita, chiamalo morte, chiamalo errore.
Si perde, sempre.
Anche vincendo, si perde.
E, perdendo, si vince, funziona così, non puoi farci niente, neanche tentare di zittire il rumore di ferraglia sbattuta che il mondo fa quando inizia a rompersi, proprio no.
Reagire e subire e reagire e subire e mangiarsi la coda all’infinito possedendo talenti che non vanno sprecati, perché abbiamo solo quelli e nient’altro.
Può darsi che sia veramente così, può darsi di no, il confine dello Stige è un limite invalicabile che penso non attraverserò mai, l’inferno metropolitano è una caverna senza fronzoli e senza correnti d’aria, calda, accogliente, e non ci si lamenta veramente di niente, il prezzo dell’affitto non è poi troppo alto per noi intoccabili e per noi invisibili, mentre il paradiso è un postaccio per gente con la testa vuota, pieno di spifferi e di buchi fra le nuvole da cui si può rischiare di cadere da un momento all’altro.
Mi piace e mi delude al contempo il non aver niente per cui elettrizzarmi o niente per cui schiantarmi in terra come un astronauta perso nel vuoto sotto le stelle, tutti hanno questa parvenza di felicità sculettante e strombazzata a più non posso ma che si sbriciola in fretta, tutti perennemente insoddisfatti come me, anche se più rivedo quest’interminabile galleria di musi lunghi e di facce tristi e più penso che la gioia sia un continuo lamento.
Il perché scopritelo da soli, io resto qui a guardare inebetito e divertito l’unica foto decente del mio personaggio così scadente, l’unica e sola, una foto di quindici anni fa, la spiaggia, il mare, l’estate, e me, che me per come lo sono adesso ancora non ero e me che barba non avevo, stranamente, un bambino sorridente di cinque, sei anni e non di più.
All’epoca non conoscevo il significato dell’essere insoddisfatto, non puntavo ai miliardi o al lavoro o all’allegria, e mi piaceva fare i castelli di sabbia, paletta e secchiello e poca fantasia, venivano su tutti uguali, tutti belli, tutti svettanti piccole pietre o mozziconi di sigaretta, non come quelli che mi piace fabbricare ancor’oggi, a vent’anni e più, adesso che uso solo le mani, e, purtroppo per me, il cervello, sfornando rocche di forme diverse ma tutte cervellotiche, pazzoidi, manicomiali, basse, sciatte, forse resistenti al tempo ma mai armoniose, componendo uno splatter barocco senza limiti, come la mia vita, del resto.
Poi, be’, se non le cittadelle di sabbia, sono crollati tanti castelli in aria, e tante altre fortezze e convinzioni sono state restaurate a poco a poco o spazzate via dagli insulsi mostri del tempo, e se da bambino volevo fare l’archeologo che saltava di liana in liana combattendo contro le ingiustizie, oggi mi accontenterei di qualsiasi altra cosa, purché mi vada a genio, che poi del resto quand’ero piccolo, per dirla con uno del quale non son neanche degno di portare lo stesso nome, mi innamoravo di tutto, contrariamente ad oggi, che tutto mi piace ma non mi innamoro più di niente, e di nessuna, il tempo scorre lasciando dietro sé deserti e vuoti, e me, che sotto questo sole di niente mi riscaldo e non muoio di sete, tutto va bene così com’è, e non me n’importa di nulla.
Rilassatevi, prendetela alla leggera, senza fissazioni né rabbie, proprio come i bambini.
Se stia sognando un ritorno al passato?
Proprio no, visto che non si è mai partiti per il futuro.
Più sorrido, più faccio immensamente sforzo nel far finta di rendermi per qualche istante seriamente allegro, e più la bocca si contorce in una sorta di smorfia che mi sfigura, deturpando un viso già di per sé smunto, sfatto e smagrito, un volto da marinaio affetto da pellagra e con il fegato devastato dall’alcol.Non è questione di bellezza, credo, almeno fin’ad un certo punto, se è legittimo pensare che sia bello quel che è vero, e non viceversa, prendi Caravaggio, ad esempio, o chi per lui.
Il motivo di tutto e di tutto ciò sta oltre, ben oltre la semplice fisicità, e ben oltre il quadro, la mano del pittore o l’obiettivo d’una fotocamera.
Bisogna scavare col cucchiaio dentro la pellicola, evadere dalle solite celle dell’ovvietà e puntare dritto al cuore del soggetto, nello scatto, smangiarne il sacco di pelle e penetrarvici con forza, perché, forse sì, aveva ragione chi sosteneva che le foto rubassero i movimenti dell’anima e non solo quelli, al solito più appariscenti, e banali, del corpo.
Proprio per questo, allora, penso sia un gesto inutile sorridere, se l’unica voglia che si ha, in fondo, è quella di digrignare i denti, e, in fondo ai polmoni, trovare la forza disperata di lanciare un urlo, blaterando parole senza senso e vomitando la rabbia come si fosse indemoniati in preda alla violenza d’un ritmo infernale.
Tarantella, note meridionali, esatto, forse, credo, e Munch, magari, di una foto del genere ne sarebbe veramente fiero, e forse lo sarebbe ognuno di noi, quando, tornando indietro nel tempo, immagine dopo immagine, album dopo album, eviterebbe di riconoscere l’ipocrisia d’un sorriso guardando se stesso in quell’istantanea di tristezza.
Non che funzioni sempre così, è ovvio.Ci sono momenti scadenti e momenti esaltanti, in cui il riso è solo una scontata conseguenza del movimento ballerino della mente, momenti in cui la madeleine proustiana non ci andrà sicuramente di traverso, senza tossire nei ricordi e nel pensiero quello che si è taciuto anni, o forse secoli, prima.
Cazzate.
I ricordi, i sogni, le foto, tutte cazzate.
Tutto si spezza, si distrugge, si consuma, e noi stessi ingialliamo come fogli di carta, come pagine bianche di lettere mai scritte, prima di finire inghiottiti nel sempre vorace mondezzaio della sconfitta, chiamalo vita, chiamalo morte, chiamalo errore.
Si perde, sempre.
Anche vincendo, si perde.
E, perdendo, si vince, funziona così, non puoi farci niente, neanche tentare di zittire il rumore di ferraglia sbattuta che il mondo fa quando inizia a rompersi, proprio no.
Reagire e subire e reagire e subire e mangiarsi la coda all’infinito possedendo talenti che non vanno sprecati, perché abbiamo solo quelli e nient’altro.
Può darsi che sia veramente così, può darsi di no, il confine dello Stige è un limite invalicabile che penso non attraverserò mai, l’inferno metropolitano è una caverna senza fronzoli e senza correnti d’aria, calda, accogliente, e non ci si lamenta veramente di niente, il prezzo dell’affitto non è poi troppo alto per noi intoccabili e per noi invisibili, mentre il paradiso è un postaccio per gente con la testa vuota, pieno di spifferi e di buchi fra le nuvole da cui si può rischiare di cadere da un momento all’altro.
Mi piace e mi delude al contempo il non aver niente per cui elettrizzarmi o niente per cui schiantarmi in terra come un astronauta perso nel vuoto sotto le stelle, tutti hanno questa parvenza di felicità sculettante e strombazzata a più non posso ma che si sbriciola in fretta, tutti perennemente insoddisfatti come me, anche se più rivedo quest’interminabile galleria di musi lunghi e di facce tristi e più penso che la gioia sia un continuo lamento.
Il perché scopritelo da soli, io resto qui a guardare inebetito e divertito l’unica foto decente del mio personaggio così scadente, l’unica e sola, una foto di quindici anni fa, la spiaggia, il mare, l’estate, e me, che me per come lo sono adesso ancora non ero e me che barba non avevo, stranamente, un bambino sorridente di cinque, sei anni e non di più.
All’epoca non conoscevo il significato dell’essere insoddisfatto, non puntavo ai miliardi o al lavoro o all’allegria, e mi piaceva fare i castelli di sabbia, paletta e secchiello e poca fantasia, venivano su tutti uguali, tutti belli, tutti svettanti piccole pietre o mozziconi di sigaretta, non come quelli che mi piace fabbricare ancor’oggi, a vent’anni e più, adesso che uso solo le mani, e, purtroppo per me, il cervello, sfornando rocche di forme diverse ma tutte cervellotiche, pazzoidi, manicomiali, basse, sciatte, forse resistenti al tempo ma mai armoniose, componendo uno splatter barocco senza limiti, come la mia vita, del resto.
Poi, be’, se non le cittadelle di sabbia, sono crollati tanti castelli in aria, e tante altre fortezze e convinzioni sono state restaurate a poco a poco o spazzate via dagli insulsi mostri del tempo, e se da bambino volevo fare l’archeologo che saltava di liana in liana combattendo contro le ingiustizie, oggi mi accontenterei di qualsiasi altra cosa, purché mi vada a genio, che poi del resto quand’ero piccolo, per dirla con uno del quale non son neanche degno di portare lo stesso nome, mi innamoravo di tutto, contrariamente ad oggi, che tutto mi piace ma non mi innamoro più di niente, e di nessuna, il tempo scorre lasciando dietro sé deserti e vuoti, e me, che sotto questo sole di niente mi riscaldo e non muoio di sete, tutto va bene così com’è, e non me n’importa di nulla.
Rilassatevi, prendetela alla leggera, senza fissazioni né rabbie, proprio come i bambini.
Se stia sognando un ritorno al passato?
Proprio no, visto che non si è mai partiti per il futuro.
sabato 31 gennaio 2009
Faccialibro
Va bene.
Sarà che ho vissuto per diciott'anni nella mia tribù calabra fra lance, scudi, capanne antisismiche, malavita e morzello.
Sarà che, sì, sarò pur uscito dal MedioEvo, ma dal Seicento non mi ci sono ancora mosso, e pertanto godo del barocchismo confuso della mia mente.
Sarà che ho il cervello incrostato di fuliggine, o che è mattina presto (o quasi).
Ed allora.
Ci può anche stare il simil-quasi-ritrovo del V A dopo tre anni, anche se manca Gloria ad insegnare l'anglo-calabro-toscano, anche se non c'è Bert a terrorizzarci, anche se Anna non ci spiega più il dialetto nell'ora di italiano, anche se ho smesso di fare disegni.
Bei tempi comunque, ok.
Ma.
Oltre ad intasarmi la casella di posta.
Oltre ad essere simile a Times Square nell'ora di punta.
Oltre ad essere - forse - uguale a Wall Street nel '29.
La bellezza di questo posto dove non posso scrivere qualcosa che sia più lunga d'una mezza riga.
L'utilità di quest'aggeggio.
Qual è?
Scusate, devo andare, è arrivato un piccione viaggiatore.
Sarà che ho vissuto per diciott'anni nella mia tribù calabra fra lance, scudi, capanne antisismiche, malavita e morzello.
Sarà che, sì, sarò pur uscito dal MedioEvo, ma dal Seicento non mi ci sono ancora mosso, e pertanto godo del barocchismo confuso della mia mente.
Sarà che ho il cervello incrostato di fuliggine, o che è mattina presto (o quasi).
Ed allora.
Ci può anche stare il simil-quasi-ritrovo del V A dopo tre anni, anche se manca Gloria ad insegnare l'anglo-calabro-toscano, anche se non c'è Bert a terrorizzarci, anche se Anna non ci spiega più il dialetto nell'ora di italiano, anche se ho smesso di fare disegni.
Bei tempi comunque, ok.
Ma.
Oltre ad intasarmi la casella di posta.
Oltre ad essere simile a Times Square nell'ora di punta.
Oltre ad essere - forse - uguale a Wall Street nel '29.
La bellezza di questo posto dove non posso scrivere qualcosa che sia più lunga d'una mezza riga.
L'utilità di quest'aggeggio.
Qual è?
Scusate, devo andare, è arrivato un piccione viaggiatore.
giovedì 29 gennaio 2009
Essere a Tempo
Ultima della collezione, ma non per questo la meno importante, è una biondina dagli occhi vivaci alta quanto un barattolo di ciliegie (forse qualcosa in più) che per aspetto e carattere (brioso, solare, divertente) mi figuravo come una lampadina che puntualmente, ovviamente, non ha tardato a fulminarsi qualche mese dopo il primo impatto, fra liti talvolta avvilenti e perlopiù insensate ed un mutismo da mocciosa con cui non ha esitato, dopo molti tentennamenti (le piaceva dire, in questi casi, “metto le mani avanti”), a rovinare la nostra prima, ed ultima, estate insieme, non al mare (lei non comprava un costume dal primo liceo e non amava gli ombrelloni, a meno che non fossero altri – altri, non me – a proporre e progettare giornate in spiaggia), non in montagna (ci passo gran parte del mio tempo, fra cime innevate e pini, ma in cuor mio li detesto profondamente per la noia che ispirano), ma nella nostra sfigata, deprimente città, dove la desertificazione estiva avanza ben oltre gli standard delle grandi metropoli (anche se, vista l’endemica “truscia” degli ultimi anni, il fenomeno è da considerarsi in netta diminuzione).
Ad essere onesto, però, non ricordo nemmeno più dov’è che possa avere incontrato questa affascinante fanciulla (all’inizio sembrano tutte così belle, così carine, così gentili) per la prima volta.
Escluderei i locali, visto che non ne sono mai stato un habitué e che, qualora per miracolo fossi andato a prendere un panino in compagnia di amici da qualche parte, al sabato sera (unico giorno della settimana in cui non si assiste ad un altro fenomeno caratteristico della mia piangente cittadina, e cioè il coprifuoco spontaneo dalle ore venti fino alle otto del mattino), lei sarebbe stata circondata – e, soprattutto, incantata – dai suoi fantastici superamici (da notare l’impercettibile differenza di definizione esistente fra i miei ed i suoi), gente cui andrebbe dedicato un intero tomo di psicologia infantile.
Forse la vidi su d’un autobus, attratto dalle sue pupille verdi e dai suoi capelli ricci, non so (ero nel periodo in cui mi piacevano le ricce, ignorando quei loro proverbiali capricci di cui avrei, comunque, ben presto avuto prova. Un periodo durato poco, fortunatamente, prima di ritornare alla consueta e dolce accoppiata di chiome “lisce e castane”). Ultimamente non prendo molto i bus (almeno quelli cittadini), e, devo dire, non ho molti buoni ricordi della clientela che ne faceva uso, specialmente alla mattina presto, quando si riversavano sulle sei ruote i tipici tamarri delle periferie, destinazione scuola (braccia rubate all’agricoltura), e le vecchiacce dal ph molto basso (per gli ignoranti, dicesi “acide”), vere e proprie tiranne dei mezzi pubblici, aventi perenne destinazione ospedale (da cui speravo non tornassero più, visto l’odio che suscitavano in me i loro modi, contrariamente a quelli delle simpatiche, cordiali vecchiette cui riuscivo persino a cedere persino il posto, ed il che, posso assicurarvelo, non è affatto da poco).
Potrebbe anche darsi che la conobbi in una profumeria, vista la sua passione smodata per essenze tanto costose quanto orribili (non sarò un grande esperto di fragranze, né avrò un naso fino, viste anche le sue dimensioni, ma difficilmente dimenticherò la somiglianza tra un’“eau de toilette” ed un deodorante destinato allo stesso ambiente che notai in una mia compagna di classe, anni fa), roba da settanta euro per mezzo millilitro, nonché la smania di acquistare di trucchi di cui non faceva assolutamente uso (d’altronde, era innegabile una sua bellezza naturale che non necessitava d’essere impiastricciata), ma di cui le piacevano – non so come, non so perché, e credo di non volerlo sapere – le confezioni, chiamasi, se non vado errato, trousse (scusate, non sono molto pratico). È un po’ come quando collezioni lattine di birra, con la non sottile differenza di costi e, soprattutto, di contenuti. Il sacro nettare ha un uso ed una destinazione migliore e, di certo, assai più salutare. E, tal proposito, c’è da dire come lei fosse anche una mezza alcolizzata e questo era, se non altro, una delle tante nostre condivise affinità.
Magari fu in un negozio di elettronica, parlando dell’ultimo modello di cellulare o dell’ultima offerta per parlare gratis senza limiti nei giorni feriali delle feste natalizie (le feste più stressanti che ci siano), ma non credo proprio, anche perché, nonostante lei cambiasse il suo telefono ogni tre mesi per le cause più svariate (furti, guasti, moda, regali), io ne ho sostituito finora soltanto uno, e sol perché la batteria non andava (senza contare che, non m’avessero regalato a mia insaputa il primo, probabilmente sarei ancora privo di questo ormai indispensabile status symbol del terzo millennio, comunicando con estremo piacere soltanto a mezzo posta o piccione viaggiatore).
Oppure, ora che ci penso, conoscerla è stato un evento degno di una di quelle sere in cui non si ha niente da fare ed allora si parla del più e del meno, specialmente di cocktails e di beat anni ’60, con il primo o la prima che passa, e, questo, sì, mi pare assai più probabile, se non altro per le molte sere l’anno in cui il sottoscritto non ha assolutamente niente da fare. Cazzeggio e me ne vanto.
Nonostante questo, però, nonostante riesca a ricordare a stento gli inizi (forse all’epoca ero innamorato di qualcun’altra) c’è un particolare di lei che non posso assolutamente dimenticare: l’indecisione, la perenne, persistente, indissolubile, sempiterna indecisione.
Nessuna risolutezza, costanza zero, nessun pensiero fisso (al contrario dei molti chiodi fissi presenti nella sua mente) e tanti, tantissimi, troppi “non lo so”, tre parole che, del resto, erano la sua risposta preferita per ogni problema che avesse una qualche sembianza di serietà.
- Come stai?
- Non lo so.
- Con chi hai litigato?
- Non lo so.
- Sei viva?
- Non lo so.
- “Non lo so” è un paese dove parlano la mia lingua?
- Non lo so.
- La mia lingua, tu la sai parlare?
- Non lo so.
- Di’ “non lo so” un’altra volta, solo un’altra maledettissima volta e…
- Non lo so.
- …
A parte questi, ed altri, molti, svariati, avariati e variabili esempi, su d’una cosa, tuttavia, era molto sicura. Su di me e sul nostro idilliaco (ma non troppo) rapporto non c’erano assolutamente dubbi.Io ero, ma non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo, tant’è scontato, un “amico” (non ero e non sono mai stato, né mai ho avuto voglia di diventarlo, un membro dell’allegra combriccola dei suoi “superamici”), presto diventato un “fratello”. Un fratello in cui riporre fiducia, un fratello cui tendere sempre la mano, un fratello verso cui provare uno smisurato affetto, un fratello da ascoltare.
E voi ci credereste? La risposta è ovvia, la risposta è “no”.
Insomma, per farla breve, ero passato dal rango di semisconosciuto che faceva due passi per caso nella sua vita al grado di fratello in cui non si riponeva fiducia, cui mai si tendeva la mano, che mai si stava a sentire, fratello che allo stesso tempo manteneva (o, almeno, provava a farlo. Ho i miei errori, ma non ho la brutta abitudine di nasconderli in tasca) quelle stesse promesse nei confronti di una “sorella” che, col passare dei giorni, andava facendosi sempre più sorda ed indifferente, e che si scrollava facilmente di dosso qualsiasi fardello di responsabilità con un generico quanto ipocrita inno ai sentimenti (“ti voglio bene”, uao!) e con l’appiccicarmi addosso il ritratto piuttosto insoddisfacente (per non dire deprimente) di un “bravo ragazzo” che, al solito, deve “non cambiare mai” perché è tanto buono, tanto caro e tanto bravo, quasi come se Beatrice avesse scritto di Dante “tanto gentile e tanto onesto pare l’amico mio” e via dicendo, e non il contrario, a mo’ di presa per i fondelli.
Da buona tappezzeria, utile nei momenti di crisi esistenziale e nelle disfide con gli amici (il mio dottorato in vecchiume mi permise di partecipare ad un dibattito notturno sui firmatari della pace di Vestfalia che mi fece, com’è ben comprensibile, sprizzare gioia da tutti i pori, nelle ore seguenti), non starò qui a sottilizzare sui complimenti e gli apprezzamenti mai visti e mai sentiti, sulle promesse perennemente non mantenute, sul fatto che si provasse vergogna nell’entrare in casa mia, quasi fosse un covo di spacciatori e stupratori, sulle discussioni aizzate dai suoi atteggiamenti idioti, sulla sua arroganza, sul suo infantilismo, sul suo smisurato orgoglio, sulle lacrime di coccodrillo, sulle battute scarse, sulle tante bolle di sapone di cui andava cianciando, poi puntualmente esplose, su determinate, solite lagne, sui comportamenti indegni, ma quel “non cambiare mai” sapeva proprio di beffa, peggio che perdere cinquanta partite di fila alla playstation contro il principe degli scarsi.
Per lei, e, credo, solo per lei, non avrei mai dovuto migliorare me stesso nel mio carattere indolente di “bravo ragazzo”, quello che dovrebbe piacere a tutte le donne ed invece, chissà per quale strano motivo, non ne attira più nessuna. Certo è che non ne era attratta nemmeno lei, visto che adorava da matti (e ci soffriva da cani) un tipo che era tutto il mio contrario, un “cattivo ragazzo”, suppongo, uno di quegli “stronzi” che per certi (se non molti, se non tutti) versi ammiro ed apprezzo, gente che non segue la logica delle emozioni e che vede nella donna un semplice oggetto di contorno alla propria esistenza ed un accessorio atto alla riproduzione.
C’è forse da dire che sarò pur io ad usare male, se non malissimo, il mio charme da romantico ottocentesco, quello da “uomo che non deve cambiare mai” (potrei iniziare ad imbastirci su una campagna pubblicitaria), accompagnandolo ad un look trasandato di cui non me n’è mai importato un accidente (della premiata e sempreverde serie “non ti curi abbastanza”), sia per l’abbigliamento assolutamente fuori moda, composto perlopiù da jeans e tuta, sia per la barba ispida, sia per le sopracciglia, sia per i capelli perennemente spettinati e, quel che è peggio, per amici e parenti, negli ultimi tempi anche, piacevolmente, lunghi (ed un giorno, con tutta probabilità, me li taglieranno nel letto per il loro gustosissimo sfizio e secondo gli abominevoli canoni della loro bellezza).
È proprio vero, in amore la malvagità trionfa sempre, tranne che nei film ed in quel di Topolinia, dove si può persino non lavorare per vivere (anche se, viste le ambiguità di Paperina, inizio ad avere i miei dubbi sull’integrità morale dei mondi di topi e, soprattutto, paperi).
Però, nonostante questo, allo stesso tempo, trovo strano che, mentre gli amici cercano sempre di farmi capire, più con le cattive che con le buone, sbattendo spesso la testa contro il granito del mio cranio, che alla fin fine è il teorema di Ferrandini quello che conta, chi mi interessa, non si sa perché, sostiene tutto il contrario, sbandierando che la tenerezza non ha prezzo, che il sentimento conta, che non c’è solo il sesso, che sono unico, che “meno male che c’è ancora qualche ragazzo come te” e roba del genere.
Ma, allora, se due più due fa quattro, perché mi si apprezza ma non mi si considera?
Eccesso di qualità? Difetto di bellezza? Due più due fa nove?
È forse un complotto, una congiura?
Niente di tutto questo.
È meteoropatia, semplicemente, io la chiamo così.
È il cervello sconclusionato del gentil sesso che fa testo a sé e che giustifica le sue decisioni rimandando tutto ai massimi sistemi, a strane alchimie, ad arcani misteri, ad un “non sono io a scegliere” che è la scusa più idiota, più banale, più scontata, più brutale, più stupida mai apparsa sulla terra dalle tavolette mesopotamiche ai giorni nostri. Nemmeno a Norimberga escogitavano giustificazioni assurde come questa, anche se “eseguivo ordini dall’alto” e “non sono io a scegliere” sembrano quasi la stessa cosa.
Chi decide, allora? Il cuore è il nostro Hitler? Innamorarsi è male?
Senza badare alla Storia, almeno per stavolta, io non mi sento un invasato irrazionale.
Il mio cervello non riesce a farsi abbindolare da simili invenzioni, si rifiuta di farlo, non riceve ordini se non da me ed è incapace di ingoiare senza protestare motivazioni senza logica.
Lei, invece, no, non funzionava come la gran parte degli esseri umani.
Lei ci credeva, fermamente, seriamente, al nazismo dell’amore.
Non mancava mai di sottolineare la validità delle sue teorie, del suo “non sono io a scegliere di chi innamorarmi”, del suo “i sentimenti non passano in fretta”, del suo “io non riesco a dominare tutto con la testa”, e guai a non darle ragione: era sempre così, doveva essere sempre così, nelle sue storie, nelle mie storie, nelle storie di tutto il mondo, dall’Uzbekistan al Tagikistan, dal Cile alla Mongolia, dalla Namibia alla Liberia, e di questo si beava, ne era veramente felice, le sembrava di aver scoperto l’acqua calda, forse credeva le avrebbero dato il Nobel per questo.
Io, be’, io no di certo. Non aveva molto senso tutto questo, e l’effetto delle sue banalità femminili su di me non era certamente lo stesso, non trovava riscontro, mi infastidiva, mi dava l’ennesima prova della sua indecisione, nulla più.
Immaginavo avesse inventato tutto questo per giustificare i tentennamenti delle sue ultime relazioni sballate, sacrificando quel poco che era rimasto della sua intelligenza all’idolo supremo dell’orgoglio e della presunzione.
Non c’era possibilità che ammettesse di aver sbagliato, mai.
Non c’era verso di convincerla dei suoi errori, o, meglio, dei suoi orrori.
Tutto aveva un senso, il suo senso, un senso unico, ed era questo a bloccarle il cervello, completamente.
Non credevo alle mie orecchie quando ascoltavo la trama delle sue ultime storie, sembravano monologhi insensati la cui protagonista aveva l’enorme difetto di voler sempre ragione.
Ripeteva sempre le stesse cose, sbagliava sempre le stesse cose, ma non scendeva mai a patti con il mondo per trovare un compromesso, chiusa ed isolata sul monte della sua verità.
[...]
Infine, the last but not the least, i “superamici”.
Per lei, erano il vero e proprio motore della sua vita, i compagnucci indispensabili dei sabati sera più atroci che abbia mai trascorso in vita mia, gente che, come tutti i vanitosi della bottiglia, si vantava di bere e crollava dopo qualche bicchiere.
Per me erano un incubo, o qualcosa di molto simile.
Entravano in qualsiasi discorso, di sbieco o di striscio, dalle porte principali, dalle uscite antincendio, dalle finestre, dal tetto, da sotto il letto, ma il problema non era solo questo, perché il peggio si materializzava ogniqualvolta le chiedessi di vederci. Loro, i superamici, tutti o in parte, dovevano esserci, doveva propinarmeli per forza, quasi fossero un antibiotico disgustoso per curare chissà quale mia malattia. Lei non muoveva passo senza, ma la mia malattia erano loro, erano un cancro inestirpabile: minacciava di portarli con sé ovunque, non c’era verso di parlare a quattr’occhi, mai.
Mi chiedo se un giorno o l’altro farà sesso con il suo uomo e tutti loro lì nel letto, chiamati ad assistere.
Come tutte le cose appiccicose, come il gelato squagliato sulle mani, non mi divertivano molto. Come bevitori valevano poco, come comitiva valevano poco, come esseri umani valevano poco.
Nelle poche e tristi volte in cui ero costretto a sorbire la loro compagnia come un’amara cicuta (che sarebbe stata tutto sommato preferibile), erano noiosi, banali, non mi attiravano e, fra loro, necessitavano sempre del ridicolo per tirare su una risata, peggio di barzellettieri all’ultima spiaggia, peggio di tutte le mie battute squallide messe insieme (e posso garantirvi che non sono poche, anzi, potrei scriverci un bel libro, qualcosa tipo “le battute da non fare” o giù di lì).
Non un discorso che non fosse piatto, non un briciolo di intelligenza, non un po’ di brillantezza, di vivacità, di qualcosa che li rendesse piacevoli o attraenti.
Non mi piacevano, semplicemente.
Ed io, con tutta probabilità, se non con estrema certezza, non piacevo loro.
Lì in mezzo, al pub, al fast food, per la strada, fra le vie del paese o ai soliti giardini, ero lo “straniero” in ogni senso antropologicamente accettato, mi sentivo come tale (sembravo un fungo in mezzo al mare) e come tale ero percepito (sembravano pescecani pronti a sbranare in un boccone il povero fungo).
La cosa peggiore, poi, è che ero quasi sempre muto.
Di per me non sono un gran chiacchierone, con le corde vocali ci so fare poco, ma con quei quattro non avevo di che ridere, men che meno di che chiacchierare, fuori com’ero non solo dal loro mondo, ma dalle loro esistenze. Pensavo di continuo ai fatti miei, lasciavo che le discussioni andassero avanti senza mostrare un benché minimo interesse. Le prime volte, poi, mi sembrava di essere sottoposto (se e quando mi si filava), ad un interrogatorio, domanda e risposta, domanda e risposta, e questo mi infastidiva, mi infastidiva sempre, mi infastidisce ancora.
Quel terzo grado era poi la dimostrazione di quanto non li vivessi. Alcuni di loro non avevano mai sentito parlare di me, parevo loro un pazzo uscito dal manicomio che sbandierava ai quattro venti ed ai sette mari di conoscere la nostra amica in comune.
Io non ero con loro, non ero come loro, e loro non erano come me, nonostante la mia dolce sorella fosse convinta del contrario e provasse con tutti i mezzi (come quello di chiamarmi sul cellulare a ripetizione, una cosa che odio) e con tutte le forze (quante volte m’avrà chiesto di uscir con tutti loro, a volte anche in un giorno solo?) ad imprigionarmi per sempre in mezzo ai superamici, due uomini e due donne di cui non me ne importava niente. Lei non se ne accorgeva, e non lo capiva. Io cercavo sempre di tirarmene fuori, di cacciar scuse, ma scemo come sono sempre stato non volevo scaricarli. Era deprimente.
Erano quattro, I’ho già detto.
I due ragazzi avevano la mia stessa età, almeno sui documenti, visto che capelli rossi avrebbe fatto un figurone tra i bambini dell’asilo e l’altro avrebbe potuto benissimo diventare protagonista di un qualche episodio di bullismo sui banchi delle medie. O diventarne vittima, vista la sua estrema simpatia.
Il tizio dell’asilo non mi era tanto antipatico, era cordiale di suo, ma aveva una voce fastidiosa, quasi da oca, ed un umorismo pessimo. Ne provavo un po’ compassione, somigliava tanto ad un pupazzo nelle mani del resto del gruppo, degli altri superamici, mancava di aggressività, pareva non arrabbiarsi mai e poi mai, era succube dei suoi padroni così ghignanti e sorridenti ed era contento di esserlo, scarrozzando un po’ tutti a bordo del suo catorcio rosso.
Mi sapeva di sfigato, con molta certezza lo era.
Inoltre, a completare il quadro della sua triste esistenza, s’era invaghito della mia “sorellina” acquisita.
Era un “bravo ragazzo” anche lui per poter sperare di averla, ma nonostante questo ne era geloso, possessivo, le telefonava in continuazione, si informava sui suoi spostamenti e non sopportava l’idea che qualcuno la avvicinasse, era paranoico e non era poi una rarità che si disperasse per questo: aveva pianto in precedenza, continuava a farlo, non riusciva a levarsela dalla testa, e forse lei era l’unica, insieme alle altre due arpie del gruppo, che riuscisse a frequentare.
Certo, la mia dolce amica sembrava comprensiva, disponibile (era una superamica a sua volta, d’altronde, ed aveva, almeno a parole, certo non nei fatti, un concetto molto elevato di amicizia, un “troppo” irraggiungibile), affermava perentoria che non gli si sarebbe più avvicinata per non ferirlo (“credo non ci uscirò insieme per qualche mese, è giusto così”), per poi cambiare idea nel giro di qualche settimana, com’era, s’è già visto, nel suo stile: insomma, a pensar male, e, dunque, bene, in tempo di carestia avrebbe senz’altro potuto contare su d’un servo pronto ai suoi comandi, un altro uomo ridotto a rottame da una donna, un manichino da gettar via alla prima, buona occasione.
È vero, era proprio uno sfigato, ma tutto sommato facevo il tifo per lui, non se lo meritava, e nessun uomo merita di fare una fine simile.
Il suo compare ed opposto, il “bullo”, era, al contrario, un idiota pieno di sé.
Non servono poi molte parole per descriverlo: né dandy, né cool, un cretino come pochi antipatico come tanti, o un cretino come tanti antipatico come pochi, fa lo stesso. Era acido e scontroso, humour inesistente, vocina tipica degli arroganti, occhialetti da intellettuale e faccia da schiaffi, modi di porgersi degni di uno scaricatore di porto. Mi era odioso ed insopportabile più di tutti gli altri messi insieme, non ci potevo far nulla, era più forte di me, funzionava allo stesso modo che con la mia vicina di casa, né più, né meno.
Non so come, ma era fidanzato, e, per giunta con una delle due superamiche, anche se, tutto sommato, non penso ce ne sia poi tanto di che meravigliarsi, visto il personaggio mediocre che quest’ultima interpretava: bruttina ed acida (non solo gli opposti si attraggono, a quanto pare), futura strizzacervelli (il che è tutto un programma), era pronta a sminuzzare a fette chiunque in qualsiasi momento con la sua lingua tagliente ed affilata, con il suo viscidume. Una vipera non avrebbe senz’altro potuto essere più velenosa, nonostante il suo punto forte fosse un altro, ancor peggiore, se al peggio non c’è davvero mai fine.
Quel che più la rappresentava, il suo inconfondibile biglietto da visita, evidentissimo già dopo aver scontato i primi cinque minuti dei suoi orribili sorrisi e delle sue ancor più terribili domande stereotipate, un’infinita sfilza di scemenze degne al massimo di un “sì” o un “no” per risposta, era un’ipocrisia smisurata, una falsità intrinseca ed inestirpabile, una mala pianta che, unita all’egoismo e a una faccia tosta senza pari, le permetteva di alternare bellamente le sue maschere e voltare continuamente le spalle (sempre in nome dell’amicizia, il bel sentimento dalla “A” maiuscola, sempre nei confronti del più “forte” in difesa del più “debole” del gruppo), fra gli applausi scroscianti o le vibranti proteste di tutti gli altri, anch’essi specializzati nel tutti contro uno (meglio del wrestling).
Credo stesse sulle scatole un po’ a tutti e tutti le stessero sulle scatole, ma rappresentava di certo l’elemento più destabilizzante di tutta cricca, la mina vagante che, presto o tardi, avrebbe fatto saltare tutto in aria cancellando quei sorrisi idioti dalle loro facce (e non sarebbe mai stato troppo tardi per salvarli dalla demenza).
L’ultima, nullafacente per vocazione e per scelta, era per mia sorella la sua “migliore amica, una sorella”, e rappresentava, di conseguenza, e molto di rimando, l’ennesima mia parente acquisita (ah, queste famiglie così allargate!) quando, in realtà, il dialogo si limitava il saluto ed il rapporto si fermava al cogliere anche il suo profondo vuoto interiore.
Provavo un’infinita tristezza per tutti.
E speravo proprio che l'acidona ce l’avrebbe fatta, prima o poi.
Ad essere onesto, però, non ricordo nemmeno più dov’è che possa avere incontrato questa affascinante fanciulla (all’inizio sembrano tutte così belle, così carine, così gentili) per la prima volta.
Escluderei i locali, visto che non ne sono mai stato un habitué e che, qualora per miracolo fossi andato a prendere un panino in compagnia di amici da qualche parte, al sabato sera (unico giorno della settimana in cui non si assiste ad un altro fenomeno caratteristico della mia piangente cittadina, e cioè il coprifuoco spontaneo dalle ore venti fino alle otto del mattino), lei sarebbe stata circondata – e, soprattutto, incantata – dai suoi fantastici superamici (da notare l’impercettibile differenza di definizione esistente fra i miei ed i suoi), gente cui andrebbe dedicato un intero tomo di psicologia infantile.
Forse la vidi su d’un autobus, attratto dalle sue pupille verdi e dai suoi capelli ricci, non so (ero nel periodo in cui mi piacevano le ricce, ignorando quei loro proverbiali capricci di cui avrei, comunque, ben presto avuto prova. Un periodo durato poco, fortunatamente, prima di ritornare alla consueta e dolce accoppiata di chiome “lisce e castane”). Ultimamente non prendo molto i bus (almeno quelli cittadini), e, devo dire, non ho molti buoni ricordi della clientela che ne faceva uso, specialmente alla mattina presto, quando si riversavano sulle sei ruote i tipici tamarri delle periferie, destinazione scuola (braccia rubate all’agricoltura), e le vecchiacce dal ph molto basso (per gli ignoranti, dicesi “acide”), vere e proprie tiranne dei mezzi pubblici, aventi perenne destinazione ospedale (da cui speravo non tornassero più, visto l’odio che suscitavano in me i loro modi, contrariamente a quelli delle simpatiche, cordiali vecchiette cui riuscivo persino a cedere persino il posto, ed il che, posso assicurarvelo, non è affatto da poco).
Potrebbe anche darsi che la conobbi in una profumeria, vista la sua passione smodata per essenze tanto costose quanto orribili (non sarò un grande esperto di fragranze, né avrò un naso fino, viste anche le sue dimensioni, ma difficilmente dimenticherò la somiglianza tra un’“eau de toilette” ed un deodorante destinato allo stesso ambiente che notai in una mia compagna di classe, anni fa), roba da settanta euro per mezzo millilitro, nonché la smania di acquistare di trucchi di cui non faceva assolutamente uso (d’altronde, era innegabile una sua bellezza naturale che non necessitava d’essere impiastricciata), ma di cui le piacevano – non so come, non so perché, e credo di non volerlo sapere – le confezioni, chiamasi, se non vado errato, trousse (scusate, non sono molto pratico). È un po’ come quando collezioni lattine di birra, con la non sottile differenza di costi e, soprattutto, di contenuti. Il sacro nettare ha un uso ed una destinazione migliore e, di certo, assai più salutare. E, tal proposito, c’è da dire come lei fosse anche una mezza alcolizzata e questo era, se non altro, una delle tante nostre condivise affinità.
Magari fu in un negozio di elettronica, parlando dell’ultimo modello di cellulare o dell’ultima offerta per parlare gratis senza limiti nei giorni feriali delle feste natalizie (le feste più stressanti che ci siano), ma non credo proprio, anche perché, nonostante lei cambiasse il suo telefono ogni tre mesi per le cause più svariate (furti, guasti, moda, regali), io ne ho sostituito finora soltanto uno, e sol perché la batteria non andava (senza contare che, non m’avessero regalato a mia insaputa il primo, probabilmente sarei ancora privo di questo ormai indispensabile status symbol del terzo millennio, comunicando con estremo piacere soltanto a mezzo posta o piccione viaggiatore).
Oppure, ora che ci penso, conoscerla è stato un evento degno di una di quelle sere in cui non si ha niente da fare ed allora si parla del più e del meno, specialmente di cocktails e di beat anni ’60, con il primo o la prima che passa, e, questo, sì, mi pare assai più probabile, se non altro per le molte sere l’anno in cui il sottoscritto non ha assolutamente niente da fare. Cazzeggio e me ne vanto.
Nonostante questo, però, nonostante riesca a ricordare a stento gli inizi (forse all’epoca ero innamorato di qualcun’altra) c’è un particolare di lei che non posso assolutamente dimenticare: l’indecisione, la perenne, persistente, indissolubile, sempiterna indecisione.
Nessuna risolutezza, costanza zero, nessun pensiero fisso (al contrario dei molti chiodi fissi presenti nella sua mente) e tanti, tantissimi, troppi “non lo so”, tre parole che, del resto, erano la sua risposta preferita per ogni problema che avesse una qualche sembianza di serietà.
- Come stai?
- Non lo so.
- Con chi hai litigato?
- Non lo so.
- Sei viva?
- Non lo so.
- “Non lo so” è un paese dove parlano la mia lingua?
- Non lo so.
- La mia lingua, tu la sai parlare?
- Non lo so.
- Di’ “non lo so” un’altra volta, solo un’altra maledettissima volta e…
- Non lo so.
- …
A parte questi, ed altri, molti, svariati, avariati e variabili esempi, su d’una cosa, tuttavia, era molto sicura. Su di me e sul nostro idilliaco (ma non troppo) rapporto non c’erano assolutamente dubbi.Io ero, ma non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo, tant’è scontato, un “amico” (non ero e non sono mai stato, né mai ho avuto voglia di diventarlo, un membro dell’allegra combriccola dei suoi “superamici”), presto diventato un “fratello”. Un fratello in cui riporre fiducia, un fratello cui tendere sempre la mano, un fratello verso cui provare uno smisurato affetto, un fratello da ascoltare.
E voi ci credereste? La risposta è ovvia, la risposta è “no”.
Insomma, per farla breve, ero passato dal rango di semisconosciuto che faceva due passi per caso nella sua vita al grado di fratello in cui non si riponeva fiducia, cui mai si tendeva la mano, che mai si stava a sentire, fratello che allo stesso tempo manteneva (o, almeno, provava a farlo. Ho i miei errori, ma non ho la brutta abitudine di nasconderli in tasca) quelle stesse promesse nei confronti di una “sorella” che, col passare dei giorni, andava facendosi sempre più sorda ed indifferente, e che si scrollava facilmente di dosso qualsiasi fardello di responsabilità con un generico quanto ipocrita inno ai sentimenti (“ti voglio bene”, uao!) e con l’appiccicarmi addosso il ritratto piuttosto insoddisfacente (per non dire deprimente) di un “bravo ragazzo” che, al solito, deve “non cambiare mai” perché è tanto buono, tanto caro e tanto bravo, quasi come se Beatrice avesse scritto di Dante “tanto gentile e tanto onesto pare l’amico mio” e via dicendo, e non il contrario, a mo’ di presa per i fondelli.
Da buona tappezzeria, utile nei momenti di crisi esistenziale e nelle disfide con gli amici (il mio dottorato in vecchiume mi permise di partecipare ad un dibattito notturno sui firmatari della pace di Vestfalia che mi fece, com’è ben comprensibile, sprizzare gioia da tutti i pori, nelle ore seguenti), non starò qui a sottilizzare sui complimenti e gli apprezzamenti mai visti e mai sentiti, sulle promesse perennemente non mantenute, sul fatto che si provasse vergogna nell’entrare in casa mia, quasi fosse un covo di spacciatori e stupratori, sulle discussioni aizzate dai suoi atteggiamenti idioti, sulla sua arroganza, sul suo infantilismo, sul suo smisurato orgoglio, sulle lacrime di coccodrillo, sulle battute scarse, sulle tante bolle di sapone di cui andava cianciando, poi puntualmente esplose, su determinate, solite lagne, sui comportamenti indegni, ma quel “non cambiare mai” sapeva proprio di beffa, peggio che perdere cinquanta partite di fila alla playstation contro il principe degli scarsi.
Per lei, e, credo, solo per lei, non avrei mai dovuto migliorare me stesso nel mio carattere indolente di “bravo ragazzo”, quello che dovrebbe piacere a tutte le donne ed invece, chissà per quale strano motivo, non ne attira più nessuna. Certo è che non ne era attratta nemmeno lei, visto che adorava da matti (e ci soffriva da cani) un tipo che era tutto il mio contrario, un “cattivo ragazzo”, suppongo, uno di quegli “stronzi” che per certi (se non molti, se non tutti) versi ammiro ed apprezzo, gente che non segue la logica delle emozioni e che vede nella donna un semplice oggetto di contorno alla propria esistenza ed un accessorio atto alla riproduzione.
C’è forse da dire che sarò pur io ad usare male, se non malissimo, il mio charme da romantico ottocentesco, quello da “uomo che non deve cambiare mai” (potrei iniziare ad imbastirci su una campagna pubblicitaria), accompagnandolo ad un look trasandato di cui non me n’è mai importato un accidente (della premiata e sempreverde serie “non ti curi abbastanza”), sia per l’abbigliamento assolutamente fuori moda, composto perlopiù da jeans e tuta, sia per la barba ispida, sia per le sopracciglia, sia per i capelli perennemente spettinati e, quel che è peggio, per amici e parenti, negli ultimi tempi anche, piacevolmente, lunghi (ed un giorno, con tutta probabilità, me li taglieranno nel letto per il loro gustosissimo sfizio e secondo gli abominevoli canoni della loro bellezza).
È proprio vero, in amore la malvagità trionfa sempre, tranne che nei film ed in quel di Topolinia, dove si può persino non lavorare per vivere (anche se, viste le ambiguità di Paperina, inizio ad avere i miei dubbi sull’integrità morale dei mondi di topi e, soprattutto, paperi).
Però, nonostante questo, allo stesso tempo, trovo strano che, mentre gli amici cercano sempre di farmi capire, più con le cattive che con le buone, sbattendo spesso la testa contro il granito del mio cranio, che alla fin fine è il teorema di Ferrandini quello che conta, chi mi interessa, non si sa perché, sostiene tutto il contrario, sbandierando che la tenerezza non ha prezzo, che il sentimento conta, che non c’è solo il sesso, che sono unico, che “meno male che c’è ancora qualche ragazzo come te” e roba del genere.
Ma, allora, se due più due fa quattro, perché mi si apprezza ma non mi si considera?
Eccesso di qualità? Difetto di bellezza? Due più due fa nove?
È forse un complotto, una congiura?
Niente di tutto questo.
È meteoropatia, semplicemente, io la chiamo così.
È il cervello sconclusionato del gentil sesso che fa testo a sé e che giustifica le sue decisioni rimandando tutto ai massimi sistemi, a strane alchimie, ad arcani misteri, ad un “non sono io a scegliere” che è la scusa più idiota, più banale, più scontata, più brutale, più stupida mai apparsa sulla terra dalle tavolette mesopotamiche ai giorni nostri. Nemmeno a Norimberga escogitavano giustificazioni assurde come questa, anche se “eseguivo ordini dall’alto” e “non sono io a scegliere” sembrano quasi la stessa cosa.
Chi decide, allora? Il cuore è il nostro Hitler? Innamorarsi è male?
Senza badare alla Storia, almeno per stavolta, io non mi sento un invasato irrazionale.
Il mio cervello non riesce a farsi abbindolare da simili invenzioni, si rifiuta di farlo, non riceve ordini se non da me ed è incapace di ingoiare senza protestare motivazioni senza logica.
Lei, invece, no, non funzionava come la gran parte degli esseri umani.
Lei ci credeva, fermamente, seriamente, al nazismo dell’amore.
Non mancava mai di sottolineare la validità delle sue teorie, del suo “non sono io a scegliere di chi innamorarmi”, del suo “i sentimenti non passano in fretta”, del suo “io non riesco a dominare tutto con la testa”, e guai a non darle ragione: era sempre così, doveva essere sempre così, nelle sue storie, nelle mie storie, nelle storie di tutto il mondo, dall’Uzbekistan al Tagikistan, dal Cile alla Mongolia, dalla Namibia alla Liberia, e di questo si beava, ne era veramente felice, le sembrava di aver scoperto l’acqua calda, forse credeva le avrebbero dato il Nobel per questo.
Io, be’, io no di certo. Non aveva molto senso tutto questo, e l’effetto delle sue banalità femminili su di me non era certamente lo stesso, non trovava riscontro, mi infastidiva, mi dava l’ennesima prova della sua indecisione, nulla più.
Immaginavo avesse inventato tutto questo per giustificare i tentennamenti delle sue ultime relazioni sballate, sacrificando quel poco che era rimasto della sua intelligenza all’idolo supremo dell’orgoglio e della presunzione.
Non c’era possibilità che ammettesse di aver sbagliato, mai.
Non c’era verso di convincerla dei suoi errori, o, meglio, dei suoi orrori.
Tutto aveva un senso, il suo senso, un senso unico, ed era questo a bloccarle il cervello, completamente.
Non credevo alle mie orecchie quando ascoltavo la trama delle sue ultime storie, sembravano monologhi insensati la cui protagonista aveva l’enorme difetto di voler sempre ragione.
Ripeteva sempre le stesse cose, sbagliava sempre le stesse cose, ma non scendeva mai a patti con il mondo per trovare un compromesso, chiusa ed isolata sul monte della sua verità.
[...]
Infine, the last but not the least, i “superamici”.
Per lei, erano il vero e proprio motore della sua vita, i compagnucci indispensabili dei sabati sera più atroci che abbia mai trascorso in vita mia, gente che, come tutti i vanitosi della bottiglia, si vantava di bere e crollava dopo qualche bicchiere.
Per me erano un incubo, o qualcosa di molto simile.
Entravano in qualsiasi discorso, di sbieco o di striscio, dalle porte principali, dalle uscite antincendio, dalle finestre, dal tetto, da sotto il letto, ma il problema non era solo questo, perché il peggio si materializzava ogniqualvolta le chiedessi di vederci. Loro, i superamici, tutti o in parte, dovevano esserci, doveva propinarmeli per forza, quasi fossero un antibiotico disgustoso per curare chissà quale mia malattia. Lei non muoveva passo senza, ma la mia malattia erano loro, erano un cancro inestirpabile: minacciava di portarli con sé ovunque, non c’era verso di parlare a quattr’occhi, mai.
Mi chiedo se un giorno o l’altro farà sesso con il suo uomo e tutti loro lì nel letto, chiamati ad assistere.
Come tutte le cose appiccicose, come il gelato squagliato sulle mani, non mi divertivano molto. Come bevitori valevano poco, come comitiva valevano poco, come esseri umani valevano poco.
Nelle poche e tristi volte in cui ero costretto a sorbire la loro compagnia come un’amara cicuta (che sarebbe stata tutto sommato preferibile), erano noiosi, banali, non mi attiravano e, fra loro, necessitavano sempre del ridicolo per tirare su una risata, peggio di barzellettieri all’ultima spiaggia, peggio di tutte le mie battute squallide messe insieme (e posso garantirvi che non sono poche, anzi, potrei scriverci un bel libro, qualcosa tipo “le battute da non fare” o giù di lì).
Non un discorso che non fosse piatto, non un briciolo di intelligenza, non un po’ di brillantezza, di vivacità, di qualcosa che li rendesse piacevoli o attraenti.
Non mi piacevano, semplicemente.
Ed io, con tutta probabilità, se non con estrema certezza, non piacevo loro.
Lì in mezzo, al pub, al fast food, per la strada, fra le vie del paese o ai soliti giardini, ero lo “straniero” in ogni senso antropologicamente accettato, mi sentivo come tale (sembravo un fungo in mezzo al mare) e come tale ero percepito (sembravano pescecani pronti a sbranare in un boccone il povero fungo).
La cosa peggiore, poi, è che ero quasi sempre muto.
Di per me non sono un gran chiacchierone, con le corde vocali ci so fare poco, ma con quei quattro non avevo di che ridere, men che meno di che chiacchierare, fuori com’ero non solo dal loro mondo, ma dalle loro esistenze. Pensavo di continuo ai fatti miei, lasciavo che le discussioni andassero avanti senza mostrare un benché minimo interesse. Le prime volte, poi, mi sembrava di essere sottoposto (se e quando mi si filava), ad un interrogatorio, domanda e risposta, domanda e risposta, e questo mi infastidiva, mi infastidiva sempre, mi infastidisce ancora.
Quel terzo grado era poi la dimostrazione di quanto non li vivessi. Alcuni di loro non avevano mai sentito parlare di me, parevo loro un pazzo uscito dal manicomio che sbandierava ai quattro venti ed ai sette mari di conoscere la nostra amica in comune.
Io non ero con loro, non ero come loro, e loro non erano come me, nonostante la mia dolce sorella fosse convinta del contrario e provasse con tutti i mezzi (come quello di chiamarmi sul cellulare a ripetizione, una cosa che odio) e con tutte le forze (quante volte m’avrà chiesto di uscir con tutti loro, a volte anche in un giorno solo?) ad imprigionarmi per sempre in mezzo ai superamici, due uomini e due donne di cui non me ne importava niente. Lei non se ne accorgeva, e non lo capiva. Io cercavo sempre di tirarmene fuori, di cacciar scuse, ma scemo come sono sempre stato non volevo scaricarli. Era deprimente.
Erano quattro, I’ho già detto.
I due ragazzi avevano la mia stessa età, almeno sui documenti, visto che capelli rossi avrebbe fatto un figurone tra i bambini dell’asilo e l’altro avrebbe potuto benissimo diventare protagonista di un qualche episodio di bullismo sui banchi delle medie. O diventarne vittima, vista la sua estrema simpatia.
Il tizio dell’asilo non mi era tanto antipatico, era cordiale di suo, ma aveva una voce fastidiosa, quasi da oca, ed un umorismo pessimo. Ne provavo un po’ compassione, somigliava tanto ad un pupazzo nelle mani del resto del gruppo, degli altri superamici, mancava di aggressività, pareva non arrabbiarsi mai e poi mai, era succube dei suoi padroni così ghignanti e sorridenti ed era contento di esserlo, scarrozzando un po’ tutti a bordo del suo catorcio rosso.
Mi sapeva di sfigato, con molta certezza lo era.
Inoltre, a completare il quadro della sua triste esistenza, s’era invaghito della mia “sorellina” acquisita.
Era un “bravo ragazzo” anche lui per poter sperare di averla, ma nonostante questo ne era geloso, possessivo, le telefonava in continuazione, si informava sui suoi spostamenti e non sopportava l’idea che qualcuno la avvicinasse, era paranoico e non era poi una rarità che si disperasse per questo: aveva pianto in precedenza, continuava a farlo, non riusciva a levarsela dalla testa, e forse lei era l’unica, insieme alle altre due arpie del gruppo, che riuscisse a frequentare.
Certo, la mia dolce amica sembrava comprensiva, disponibile (era una superamica a sua volta, d’altronde, ed aveva, almeno a parole, certo non nei fatti, un concetto molto elevato di amicizia, un “troppo” irraggiungibile), affermava perentoria che non gli si sarebbe più avvicinata per non ferirlo (“credo non ci uscirò insieme per qualche mese, è giusto così”), per poi cambiare idea nel giro di qualche settimana, com’era, s’è già visto, nel suo stile: insomma, a pensar male, e, dunque, bene, in tempo di carestia avrebbe senz’altro potuto contare su d’un servo pronto ai suoi comandi, un altro uomo ridotto a rottame da una donna, un manichino da gettar via alla prima, buona occasione.
È vero, era proprio uno sfigato, ma tutto sommato facevo il tifo per lui, non se lo meritava, e nessun uomo merita di fare una fine simile.
Il suo compare ed opposto, il “bullo”, era, al contrario, un idiota pieno di sé.
Non servono poi molte parole per descriverlo: né dandy, né cool, un cretino come pochi antipatico come tanti, o un cretino come tanti antipatico come pochi, fa lo stesso. Era acido e scontroso, humour inesistente, vocina tipica degli arroganti, occhialetti da intellettuale e faccia da schiaffi, modi di porgersi degni di uno scaricatore di porto. Mi era odioso ed insopportabile più di tutti gli altri messi insieme, non ci potevo far nulla, era più forte di me, funzionava allo stesso modo che con la mia vicina di casa, né più, né meno.
Non so come, ma era fidanzato, e, per giunta con una delle due superamiche, anche se, tutto sommato, non penso ce ne sia poi tanto di che meravigliarsi, visto il personaggio mediocre che quest’ultima interpretava: bruttina ed acida (non solo gli opposti si attraggono, a quanto pare), futura strizzacervelli (il che è tutto un programma), era pronta a sminuzzare a fette chiunque in qualsiasi momento con la sua lingua tagliente ed affilata, con il suo viscidume. Una vipera non avrebbe senz’altro potuto essere più velenosa, nonostante il suo punto forte fosse un altro, ancor peggiore, se al peggio non c’è davvero mai fine.
Quel che più la rappresentava, il suo inconfondibile biglietto da visita, evidentissimo già dopo aver scontato i primi cinque minuti dei suoi orribili sorrisi e delle sue ancor più terribili domande stereotipate, un’infinita sfilza di scemenze degne al massimo di un “sì” o un “no” per risposta, era un’ipocrisia smisurata, una falsità intrinseca ed inestirpabile, una mala pianta che, unita all’egoismo e a una faccia tosta senza pari, le permetteva di alternare bellamente le sue maschere e voltare continuamente le spalle (sempre in nome dell’amicizia, il bel sentimento dalla “A” maiuscola, sempre nei confronti del più “forte” in difesa del più “debole” del gruppo), fra gli applausi scroscianti o le vibranti proteste di tutti gli altri, anch’essi specializzati nel tutti contro uno (meglio del wrestling).
Credo stesse sulle scatole un po’ a tutti e tutti le stessero sulle scatole, ma rappresentava di certo l’elemento più destabilizzante di tutta cricca, la mina vagante che, presto o tardi, avrebbe fatto saltare tutto in aria cancellando quei sorrisi idioti dalle loro facce (e non sarebbe mai stato troppo tardi per salvarli dalla demenza).
L’ultima, nullafacente per vocazione e per scelta, era per mia sorella la sua “migliore amica, una sorella”, e rappresentava, di conseguenza, e molto di rimando, l’ennesima mia parente acquisita (ah, queste famiglie così allargate!) quando, in realtà, il dialogo si limitava il saluto ed il rapporto si fermava al cogliere anche il suo profondo vuoto interiore.
Provavo un’infinita tristezza per tutti.
E speravo proprio che l'acidona ce l’avrebbe fatta, prima o poi.
mercoledì 28 gennaio 2009
Enter 2009
15.1.09
Non è perché fra meno di una settimana avrò quattro esami in sette giorni; non è perché ancora non so niente; non è perché per cinque, miseri crediti devo studiare un triliardo di pagine; non è perché queste stramaledette vacanze di Natale sono sempre troppo appiccicate agli appelli di gennaio; non è perché la Calabria e la sua gente mi sta sempre più sulle palle; non è perché sono veramente un cretino svogliato; non è perché “non mi si crea” quasi mai di mettermi seduto ad un tavolo con gli occhi fissi sul libro; non è perché “non mi si crea” mai di far niente sul serio; non è perché tutti quelli che mi dicono di provare ad entrare in Normale ancora non hanno capito che razza di bestia ignorante io sia; non è perché dovrò fare una tesi che, benché mi soddisfi a livello personale, è in realtà basata su d’un argomento che fa ridere i polli; non è perché non ho la minima idea di come si scriva una tesi; non è perché ogni volta che devo studiare succedono disastri a ripetizione; non è perché da anni l’anno nuovo inizia orrendamente; non è perché la persona verso cui avevo ed ho una speciale venerazione ammette dopo mesi, e per giunta indirettamente, e finalmente, di avermi scartato, fra i tanti, per stupidità o per destino; non è perché ogni volta non è destino; non è perché ogni volta “non sono io a scegliere”; non è perché queste mi sembrano scuse banali da scuola elementare; non è perché avrei voluto sentirmi dire almeno un “grazie”; non è perché non riceverò mai le scuse da nessuno e per nessun motivo mai, anche se le stramerito; non è perché sono un pirla che perdona tutti e condona tutto; non è perché l’ultima ragazza di cui mi fossi vagamente invaghito si sia poi fidanzata con un tipo che è più orrendo del ministro Alfano; non è perché tutti già sapevano tranne me; non è perché la gente mi vede come un trentenne che ancora campeggia all’università; non è perché “stai benissimooo” quando non sai nemmeno come mi chiamo; non è perché quella volta l’anno in cui decidi di essere meno animale ti prendono subito per il culo; non è perché per stagioni lunghe un secolo sono stato smaronato e depresso dall’altrui infelicità; non è perché non so ascoltare; non è perché non so parlare; non è perché sono ancora timido alle soglie dei ventuno; non è perché le decisioni da prendere in due me le fanno sempre prendere da solo; non è perché la colpa, dopo mille scaricabarile, la fanno cascare sempre addosso al sottoscritto; non è perché quando dovrei mandare al diavolo me ne sto sempre zitto; non è perché sono diventato immondizia appena è arrivato un camion dei rifiuti nuovo; non è perché tutti da pessimi possono diventare buoni tranne me; non è perché non cambio mai; non è perché le persone verso cui nutro infinita stima ed infinito affetto mi deludono sempre, in un modo o nell’altro; non è perché scrivo e nessuno capisce quello che scrivo; non è perché faccio finta di dimenticarmi degli amici; non è perché c’è gente che si ricorda di Fabrizio solo quando è nella merda, ma poi guai a disturbare le loro signorie; non è perché tutti si sentono legittimati a pretendere qualcosa da me; non è perché l’Inter ha pareggiato in casa contro il Cagliari; non è perché al sorteggio di Champions è uscito, ovviamente, il Manchester; non è perché in tre anni ancora non mi adatto al gelo aquilano; non è perché non so ancora cosa farò della mia esistenza e dov’è che sarò sbattuto a gennaio prossimo; non è perché so che sarò un disoccupato; non è perché i miei sogni si spengono uno dopo l’altro; non è perché le mie passioni cambiano sempre troppo in fretta; non è perché sono da sempre un tipo approssimativo; non è perché bisogna usare fin troppo la memoria per trovare una persona che mi renda orgoglioso; non è perché a volte penso di meritarmi tutto questo, e non è neanche perché aggiorno questa lista da anni e non cambia mai niente.
È che proprio mi sono rotto le palle.
Exit 2008
31.12.08
Credo nei fantasmi, fin da quando ero bambino, specialmente in quelli che suonano una strana melodia, violini, forse, o chitarre, o pianoforti.
Credo negli spettri nati alla luce del sole e generati dai nostri ricordi, che si nascondono nelle pieghe dell’asfalto, e che alla notte tornano fuori, amabili come vecchie canzoni, spaventosi come vecchie storie, d’orrore, e d’amore.
Credo negli spiriti, di quelli liberi, quando passo accanto a loro.
Credo nella mia anima prigioniera involontaria, o per scelta, da qualche parte in questa città, dove la collina diventa montagna e dove il paesaggio è più brullo, forse frutto della mia fantasia inaridita, un fiume secco lungo un anno, nel letto travolto da frane e disastri, prosciugato da fiamme d’inferno.
Alla fine, sono tornato, come sempre, a Catanzaro, e, no, non ho preso alcuna corda per impiccarmi, il tutto non è stato così orribile e nefasto come credevo, qualcuno ad avvelenarmi c’ha provato ma il suo veleno era acqua fresca per il mio mal di gola, non è stata una vacanza indimenticabile né altro, né hotel a cinque stelle né dormite fino al primo pomeriggio, è stato il solito piatto da dessert ormai vuoto, solo le briciole, e le briciole quaggiù è tutto quel che resta per chi qualcosa ancora cerca e vuole, i rubinetti di qualsiasi acquedotto sono chiusi, il tempo è contato e scaduto, ed io non ho affatto voglia di cambiare le cose, qui. Perché qui è diverso da lì, lì è diverso da qui, il che è un algoritmo facilissimo un po’ complicato a capirsi, io non mi sdoppio ed amen, così sia, anche Colombo tornava in Spagna ma non penso avesse tutta ‘sta gran voglia di farlo, il viaggio dalle Americhe, quelle terre nuove e completamente inventabili, era più lungo, più difficile e complicato, il mare non ha carreggiate o regole, ti prende e ti porta via, come il vento.
Ed il vento mi ha riportato sui tre colli, vuoi per le feste, le sempre odiate feste, vuoi per obbligo e dovere, vuoi per noia o per paura, ma capita ancora, e chissà quante altre volte accadrà, poche o tante che siano, di sdraiarmi alla bell’e meglio su questo divano che pian piano dimenticherà la forma delle mie natiche, qui, a casa, e pensare un po’, ancora un po’, solo un altro po’, scrivendo, leggendo, studiando, o, semplicemente, giocando.
E questo scorcio di fine dicembre non è poi così diverso dal solito: solito autobus, sempre in ritardo, rosso a strisce verdi e scritte bianche, solita autostrada, solito Natale, soliti, ma forse meno detestabili, parenti, solite, care, vecchie facce di amici e quelle sempre più sbiadite e corrose dal tempo di vetusti nemici, rabbie finite nel dimenticatoio insieme a tutto un mondo attempato e rincoglionito.
E’ pur vero che questo posto non cambia mai, era e sarà brutto per l’eternità, credo, ma in bene o in male noi si è cambiati un po’ tutti, noi V A intendo, noi che una classe non la siamo stata mai, noi che, per certi versi, in tre anni abbiamo ricostruito le nostre vite da zero, comunicando solo con nuovi, tecnologici segnali di fumo le nostre riforme ed i nostri stravolgimenti, i nostri amori e le nostre mani sporche di sangue, i nostri esami e quant’altro sia accaduto nei nostri pianetini, ricevendo a nostra volta notizie da quei mondi esterni alle nostre orbite, ignari più o meno l’uno dell’altro prima dei meeting delle festività, una serata ed una pizza fra quelli che non muoiono mai, il mio gruppetto di balordi che a volte perde pezzi ed a volte li (ri)acquista, noi felici pochi che ridono di quel che è stato e di quel che è, della barba e dei capelli stravolti prim’ancora dal nostro cervello che dal look acchiappone al di fuori del suo contenitore.
E gli altri? Chissà.
Sono domande, “che fa? come sta? dove sta?”, e cose così, frammenti di altrui esistenze che arrivano da lontano, schegge di altre piccole molecole impazzite nell’infinito spazio universitario, alla fine sembra stiano tutti beni, idioti e stronzi compresi, e le belle fighe e le cozze, quella che avrei voluto scopare e quella che pensavo contasse solo il viso, e non la testa. Vabbè, certo, alla fine ci siamo persi ed era ovvio che le cose andassero in questo verso, e meglio così, perché non possiamo tenere i contatti con l’universo quando il nostro mondo sembra abbastanza incasinato, mettici gli esami, le altre vite che hai collezionato in un posto diverso che sembra essere casa ma non è, così come casa ormai non è più casa ma un qualcosa di lontanamente simile a quella che avevi lasciato anni fa, il futuro che verrà e che ci spaventa un po’ tutti, tranne quelli di maniglia buona, beati loro, gli indifferenti, di cui invidio ad intermittenza più l’anima vuota che il portafoglio, tenendomi a tratti ben stretto le mie strade tortuose e sbagliate, la mia direzione ostinata e contraria, i calci nel culo e le botte in testa, mi guardo allo specchio e non sto poi tanto male, sono uno di quelli, uno dei tanti, che fa a pugni con un dio qualsiasi, se c’è, e che ora vince ed ora perde, magari perdo più spesso di quanto non vinca, ma ‘sti cazzi, il giro sulla giostra dura un po’ poco per lamentarsi troppo spesso.
Che poi, sì, i lamenti quest’anno li ho più sorbiti e subiti che non prodotti, la gente lagnosa mi ha affossato e depresso con le sue chiacchiere infantili ed isteriche, i suoi problemi da quattro soldi, problemi come i miei, solo che io magari non affliggo la gente (anche) con quei quesiti stupidi che risolverebbe anche un bambino scemo, roba del tipo due più due fa quattro o situazioni che semplicemente alzando una cornetta si potrebbero risolvere e sbloccare ed essere felici, ed invece no, l’orgoglio, la cazzonaggine, più la seconda che il primo, sempre loro a stritolare le esistenze di questi incontentabili ed impossibili tritacazzi e la mia, povero me, che spesso non c’entro neanche con tutto questo, giuro, vivo lontano ed in certi giorni scapperei sempre più oltre, ma no, eccoli a rilegarmi in folli gironi danteschi da manicomio criminale coi loro amori per psicotici e con le loro moine, mentre i miei, di amori, vanno tutti a puttane per qualche motivo insulso quanto imprevisto o imprevedibile, per quanto fosse calcolato al millesimo, il motivo insulso imprevisto ed imprevedibile, dico, e così via una, via l’altra, via un’altra ancora, la solita fiera dell’assurdo per tragicommedie da teatro dei matti, chi scappa, chi s’è appena fidanzata ma nessuno sapeva o tutti sapevano meno che me, chi “buona giornata”, chi “stai benissimooo”, come se non t’avesse visto mai, chi ha più cerone in faccia di Piero Angela, chi è arruolata nelle SS cattoliche, chi ha per ragazzo uno che sembra ad Alfano, il ministro, uno sgorbio che persino il caro, strambo Picasso avrebbe disegnato meglio durante un attacco di panico seguito da dissenteria fulminante sotto le bombe dei nazicomunisti papali filoisraeliani.
Oh. E non è che io sia più uno di quelli che le donne angelicate, purtroppo non ragiono solo con l’uccello, non sono ancora uno di quei “cattivi ragazzi”, i sempre c.d. “stronzi” che fuggono di fronte alle malate mentali che hanno di fronte, uno di quelli che tutte detestano ma che tutte vorrebbero scopare, ma ormai le conosco abbastanza bene, le donne, perché uguali lo sono, sì, e tutta l’erba è un fascio perché talvolta questo è un fasciame che darei alle fiamme tranne una, una sola che non va mai via, però non dico più “no, c’è solo lei e voglio solo lei”, o magari può capitare che pronunci una scemenza del genere se non ce n’è nessun’altra in giro o se mi rompo a cercare qualcosa di nuovo o di più difficoltoso da raggiungere, inizio ad apprezzare le cose semplici e cerco una ragazza che non sia un incubo, piuttosto che la chimera della ragazza dei sogni, Hank mi ha insegnato tante cose, anche se so che tutto via via andrà complicandosi, sempre, e se dico sempre è sempre, perché poi anche questa tipa che non sia un brutto sogno è una vera e propria originalità, magari non esiste, ne vedo a decine ogni giorno ma nessuna mi ispira, sesso forse sì ma amore no, a prima, a seconda, a terza vista sono sciatte, banali, uguali, clonate e magari hanno pure una voce che sa di ferraglia arrugginita ed un cervello stagionato che sa di wurstel affumicato in Baviera nel XVIII secolo o giù di lì, roba da prima rivoluzione industriale, il vapore nell’era del nucleare, e quelle poche che paiono appena un po’ sopra la media di QI sono tutte il principio di finte storie sbagliate che non portano a niente, vedi sopra, e sembrano la mia personalissima versione di “Se una notte d’inverno un Viaggiatore” di Calvino, inizi di racconti che nessuno saprà mai come andranno a finire, ah be’.
Ed hai voglia a dire “va bene, passiamo avanti”, è da vent’anni, quasi ventuno, che lo dico ma sembro un gambero, forse perché a vent’anni è tutto ancora intero o tutto a “chi lo sa”, di certo si è stupidi davvero e si ha il cervello incrostato di fuliggine, e quindi vado all’indietro a poco a poco e cresco fino a rimpicciolirmi, diventando simile ad uno di quei simpatici bacilli della peste che saranno oggetto della mia tesi di laurea, una tesi che assume sempre più il contorno dell’unica cosa decente prodotta finora da queste mani e da questa testa negli ultimi tempi, altro che belle parole e fesserie e smancerie non ripagate, meta finale di una triennale inconcludente ed insipida, non dico deludente perché un motivo per sorridere e per non annoiarmi lo trovo sempre, magari in quella gente stimabile come alquanto meravigliosa che ho paura di perdere, sballottato chissà dove per altri due anni di studio inutile, dovessi spostarmi, dovessi cambiare città, ne avessi voglia, e volontà, e forza e coraggio per ripartire nuovamente da zero e forse sì, l’avrò, non lo so, perché punti fissi e riferimenti precisi non ne ho, non ora e non adesso, non ho ideali da seguire se non lenzuola colorate, dentro chissà quale letto, mica bandiere, quelle le ho bruciate insieme a tutto il resto appresso il mio egoismo, che c’è, mi piace e me lo tengo.
Bene, anche il duemilaotto è andato via, un altro scudetto cucito sul petto, quello non me lo dimenticherò mai, quell’urlaccio che mandava tutto e tutti all’altro mondo, e se non siete tifosi non capirete mai, ma affari vostri, benedizioni, pace e bene e pane e male, ho ignorato tanti passi del mio vangelo o forse ho detto tutto, mi sono divertito, ho tante cose ancora da raccontare, per chi vuole ascoltare, ed in culo a tutto il resto, o, meglio, ‘sti cazzi, frizzi, lazzi e mazzi, ormai chi mi conosce mi sa, e ben gli sta. Ho imparato a perdere, ed a lasciare indietro le cose inutili.
Un buon risultato, direi, e ringrazio la mia più grande paura e le mie lacrime più sentite per questo, ringrazio chi è stata fortissima trasmettendomi la sua sicurezza.
E tu ricordati di me, qualche sera in cui non hai da fare.
Ma è stato assurdo fin dal primo istante, figuriamoci.
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