31.12.08
Credo nei fantasmi, fin da quando ero bambino, specialmente in quelli che suonano una strana melodia, violini, forse, o chitarre, o pianoforti.
Credo negli spettri nati alla luce del sole e generati dai nostri ricordi, che si nascondono nelle pieghe dell’asfalto, e che alla notte tornano fuori, amabili come vecchie canzoni, spaventosi come vecchie storie, d’orrore, e d’amore.
Credo negli spiriti, di quelli liberi, quando passo accanto a loro.
Credo nella mia anima prigioniera involontaria, o per scelta, da qualche parte in questa città, dove la collina diventa montagna e dove il paesaggio è più brullo, forse frutto della mia fantasia inaridita, un fiume secco lungo un anno, nel letto travolto da frane e disastri, prosciugato da fiamme d’inferno.
Alla fine, sono tornato, come sempre, a Catanzaro, e, no, non ho preso alcuna corda per impiccarmi, il tutto non è stato così orribile e nefasto come credevo, qualcuno ad avvelenarmi c’ha provato ma il suo veleno era acqua fresca per il mio mal di gola, non è stata una vacanza indimenticabile né altro, né hotel a cinque stelle né dormite fino al primo pomeriggio, è stato il solito piatto da dessert ormai vuoto, solo le briciole, e le briciole quaggiù è tutto quel che resta per chi qualcosa ancora cerca e vuole, i rubinetti di qualsiasi acquedotto sono chiusi, il tempo è contato e scaduto, ed io non ho affatto voglia di cambiare le cose, qui. Perché qui è diverso da lì, lì è diverso da qui, il che è un algoritmo facilissimo un po’ complicato a capirsi, io non mi sdoppio ed amen, così sia, anche Colombo tornava in Spagna ma non penso avesse tutta ‘sta gran voglia di farlo, il viaggio dalle Americhe, quelle terre nuove e completamente inventabili, era più lungo, più difficile e complicato, il mare non ha carreggiate o regole, ti prende e ti porta via, come il vento.
Ed il vento mi ha riportato sui tre colli, vuoi per le feste, le sempre odiate feste, vuoi per obbligo e dovere, vuoi per noia o per paura, ma capita ancora, e chissà quante altre volte accadrà, poche o tante che siano, di sdraiarmi alla bell’e meglio su questo divano che pian piano dimenticherà la forma delle mie natiche, qui, a casa, e pensare un po’, ancora un po’, solo un altro po’, scrivendo, leggendo, studiando, o, semplicemente, giocando.
E questo scorcio di fine dicembre non è poi così diverso dal solito: solito autobus, sempre in ritardo, rosso a strisce verdi e scritte bianche, solita autostrada, solito Natale, soliti, ma forse meno detestabili, parenti, solite, care, vecchie facce di amici e quelle sempre più sbiadite e corrose dal tempo di vetusti nemici, rabbie finite nel dimenticatoio insieme a tutto un mondo attempato e rincoglionito.
E’ pur vero che questo posto non cambia mai, era e sarà brutto per l’eternità, credo, ma in bene o in male noi si è cambiati un po’ tutti, noi V A intendo, noi che una classe non la siamo stata mai, noi che, per certi versi, in tre anni abbiamo ricostruito le nostre vite da zero, comunicando solo con nuovi, tecnologici segnali di fumo le nostre riforme ed i nostri stravolgimenti, i nostri amori e le nostre mani sporche di sangue, i nostri esami e quant’altro sia accaduto nei nostri pianetini, ricevendo a nostra volta notizie da quei mondi esterni alle nostre orbite, ignari più o meno l’uno dell’altro prima dei meeting delle festività, una serata ed una pizza fra quelli che non muoiono mai, il mio gruppetto di balordi che a volte perde pezzi ed a volte li (ri)acquista, noi felici pochi che ridono di quel che è stato e di quel che è, della barba e dei capelli stravolti prim’ancora dal nostro cervello che dal look acchiappone al di fuori del suo contenitore.
E gli altri? Chissà.
Sono domande, “che fa? come sta? dove sta?”, e cose così, frammenti di altrui esistenze che arrivano da lontano, schegge di altre piccole molecole impazzite nell’infinito spazio universitario, alla fine sembra stiano tutti beni, idioti e stronzi compresi, e le belle fighe e le cozze, quella che avrei voluto scopare e quella che pensavo contasse solo il viso, e non la testa. Vabbè, certo, alla fine ci siamo persi ed era ovvio che le cose andassero in questo verso, e meglio così, perché non possiamo tenere i contatti con l’universo quando il nostro mondo sembra abbastanza incasinato, mettici gli esami, le altre vite che hai collezionato in un posto diverso che sembra essere casa ma non è, così come casa ormai non è più casa ma un qualcosa di lontanamente simile a quella che avevi lasciato anni fa, il futuro che verrà e che ci spaventa un po’ tutti, tranne quelli di maniglia buona, beati loro, gli indifferenti, di cui invidio ad intermittenza più l’anima vuota che il portafoglio, tenendomi a tratti ben stretto le mie strade tortuose e sbagliate, la mia direzione ostinata e contraria, i calci nel culo e le botte in testa, mi guardo allo specchio e non sto poi tanto male, sono uno di quelli, uno dei tanti, che fa a pugni con un dio qualsiasi, se c’è, e che ora vince ed ora perde, magari perdo più spesso di quanto non vinca, ma ‘sti cazzi, il giro sulla giostra dura un po’ poco per lamentarsi troppo spesso.
Che poi, sì, i lamenti quest’anno li ho più sorbiti e subiti che non prodotti, la gente lagnosa mi ha affossato e depresso con le sue chiacchiere infantili ed isteriche, i suoi problemi da quattro soldi, problemi come i miei, solo che io magari non affliggo la gente (anche) con quei quesiti stupidi che risolverebbe anche un bambino scemo, roba del tipo due più due fa quattro o situazioni che semplicemente alzando una cornetta si potrebbero risolvere e sbloccare ed essere felici, ed invece no, l’orgoglio, la cazzonaggine, più la seconda che il primo, sempre loro a stritolare le esistenze di questi incontentabili ed impossibili tritacazzi e la mia, povero me, che spesso non c’entro neanche con tutto questo, giuro, vivo lontano ed in certi giorni scapperei sempre più oltre, ma no, eccoli a rilegarmi in folli gironi danteschi da manicomio criminale coi loro amori per psicotici e con le loro moine, mentre i miei, di amori, vanno tutti a puttane per qualche motivo insulso quanto imprevisto o imprevedibile, per quanto fosse calcolato al millesimo, il motivo insulso imprevisto ed imprevedibile, dico, e così via una, via l’altra, via un’altra ancora, la solita fiera dell’assurdo per tragicommedie da teatro dei matti, chi scappa, chi s’è appena fidanzata ma nessuno sapeva o tutti sapevano meno che me, chi “buona giornata”, chi “stai benissimooo”, come se non t’avesse visto mai, chi ha più cerone in faccia di Piero Angela, chi è arruolata nelle SS cattoliche, chi ha per ragazzo uno che sembra ad Alfano, il ministro, uno sgorbio che persino il caro, strambo Picasso avrebbe disegnato meglio durante un attacco di panico seguito da dissenteria fulminante sotto le bombe dei nazicomunisti papali filoisraeliani.
Oh. E non è che io sia più uno di quelli che le donne angelicate, purtroppo non ragiono solo con l’uccello, non sono ancora uno di quei “cattivi ragazzi”, i sempre c.d. “stronzi” che fuggono di fronte alle malate mentali che hanno di fronte, uno di quelli che tutte detestano ma che tutte vorrebbero scopare, ma ormai le conosco abbastanza bene, le donne, perché uguali lo sono, sì, e tutta l’erba è un fascio perché talvolta questo è un fasciame che darei alle fiamme tranne una, una sola che non va mai via, però non dico più “no, c’è solo lei e voglio solo lei”, o magari può capitare che pronunci una scemenza del genere se non ce n’è nessun’altra in giro o se mi rompo a cercare qualcosa di nuovo o di più difficoltoso da raggiungere, inizio ad apprezzare le cose semplici e cerco una ragazza che non sia un incubo, piuttosto che la chimera della ragazza dei sogni, Hank mi ha insegnato tante cose, anche se so che tutto via via andrà complicandosi, sempre, e se dico sempre è sempre, perché poi anche questa tipa che non sia un brutto sogno è una vera e propria originalità, magari non esiste, ne vedo a decine ogni giorno ma nessuna mi ispira, sesso forse sì ma amore no, a prima, a seconda, a terza vista sono sciatte, banali, uguali, clonate e magari hanno pure una voce che sa di ferraglia arrugginita ed un cervello stagionato che sa di wurstel affumicato in Baviera nel XVIII secolo o giù di lì, roba da prima rivoluzione industriale, il vapore nell’era del nucleare, e quelle poche che paiono appena un po’ sopra la media di QI sono tutte il principio di finte storie sbagliate che non portano a niente, vedi sopra, e sembrano la mia personalissima versione di “Se una notte d’inverno un Viaggiatore” di Calvino, inizi di racconti che nessuno saprà mai come andranno a finire, ah be’.
Ed hai voglia a dire “va bene, passiamo avanti”, è da vent’anni, quasi ventuno, che lo dico ma sembro un gambero, forse perché a vent’anni è tutto ancora intero o tutto a “chi lo sa”, di certo si è stupidi davvero e si ha il cervello incrostato di fuliggine, e quindi vado all’indietro a poco a poco e cresco fino a rimpicciolirmi, diventando simile ad uno di quei simpatici bacilli della peste che saranno oggetto della mia tesi di laurea, una tesi che assume sempre più il contorno dell’unica cosa decente prodotta finora da queste mani e da questa testa negli ultimi tempi, altro che belle parole e fesserie e smancerie non ripagate, meta finale di una triennale inconcludente ed insipida, non dico deludente perché un motivo per sorridere e per non annoiarmi lo trovo sempre, magari in quella gente stimabile come alquanto meravigliosa che ho paura di perdere, sballottato chissà dove per altri due anni di studio inutile, dovessi spostarmi, dovessi cambiare città, ne avessi voglia, e volontà, e forza e coraggio per ripartire nuovamente da zero e forse sì, l’avrò, non lo so, perché punti fissi e riferimenti precisi non ne ho, non ora e non adesso, non ho ideali da seguire se non lenzuola colorate, dentro chissà quale letto, mica bandiere, quelle le ho bruciate insieme a tutto il resto appresso il mio egoismo, che c’è, mi piace e me lo tengo.
Bene, anche il duemilaotto è andato via, un altro scudetto cucito sul petto, quello non me lo dimenticherò mai, quell’urlaccio che mandava tutto e tutti all’altro mondo, e se non siete tifosi non capirete mai, ma affari vostri, benedizioni, pace e bene e pane e male, ho ignorato tanti passi del mio vangelo o forse ho detto tutto, mi sono divertito, ho tante cose ancora da raccontare, per chi vuole ascoltare, ed in culo a tutto il resto, o, meglio, ‘sti cazzi, frizzi, lazzi e mazzi, ormai chi mi conosce mi sa, e ben gli sta. Ho imparato a perdere, ed a lasciare indietro le cose inutili.
Un buon risultato, direi, e ringrazio la mia più grande paura e le mie lacrime più sentite per questo, ringrazio chi è stata fortissima trasmettendomi la sua sicurezza.
E tu ricordati di me, qualche sera in cui non hai da fare.
Ma è stato assurdo fin dal primo istante, figuriamoci.

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