Anche oggi, forse specialmente oggi, quegli occhi che guardo con malinconia nello specchio mi parlano più di rabbia che non di nostalgia, fissi, indolenti, ormai bruciati nella congiuntiva e spersi alla ricerca di qualcosa che non c’è e non può esserci nel ritratto riflesso in un angolo del bagno di casa, un’immagine che non parla nemmeno più con il suo doppione a figura intera calato in un modo tutto suo nel mondo reale, perché forse troppe cose sarebbero da dire e troppo poco il tempo per star lì, immobili, a parlarsi per ore nella speranza di convincersi, prima o poi, dell’esistenza, spesso vana, di un’ancora di salvezza cui aggrapparsi, da qualche parte, proprio mentre attorno la terra ferma sembra essersi fatta un intrico di scogli contro cui fracassare il cranio e la piccola, insignificante barchetta della nostra esistenza nei soliti temporali di queste solite interminabili ore.
Non è pessimismo, né vendetta, né rancore, è solo una piccola cattiveria quella che ho nelle pupille, una piccola cattiveria che ho maturato in questo lungo mese fatto di bagliori di buio e lampi di tenebra, e soprattutto di assenza dai miei soliti palcoscenici, dai luoghi banali e consueti della mia piccola realtà, le mie vedute così ristrette e così belle, io, attore senza più un copione di vita, e di morte, perché il capitolo finale di tutta questa mia storia aquilana non l’ho scritto da me, ma un dio qualsiasi o un destino qualsiasi hanno scelto una conclusione diversa, muovendo il mondo fino a capovolgerlo, venti secondi che non ho vissuto ma che resteranno indelebili nella memoria di chi era là, quella notte, la notte che ha cambiato per sempre le nostre vite, in un modo o nell’altro, protagonisti involontari di una tragedia forse imprevedibile.
Se per qualcuno “quando si è giovani è strano poter pensare che la nostra sorte venga e ci prenda per mano”, oggi non mi sembra più vero, non può più esserlo perché troppo evidente, semmai, perché tutti sappiamo che il fato, sotto forma di terremoto, è venuto a rubare qualcosa a ciascuno di noi, a chi la vita, a chi i figli, a chi la casa, a chi più banalmente il tempo che restava da trascorrere ancora su quelle montagne d’Abruzzo, per costruire il proprio futuro, la propria vita, ed è questo quel che io ho perduto, non il passato, ma i progetti, ed i sogni nel cassetto.
Ora nel cassetto tengo solo le mutande, è come se fossi tornato indietro negli anni, come se non fossi mai partito da questa mia città di Catanzaro così risaputa e così straniera, come se i secondi si fossero bloccati e mi tornassero in mente i ricordi di posti che non ho mai vissuto, né visto, né conosciuto, ora che tutto è crollato, tutto ciò che avevo costruito a poco a poco, amicizie e amori che la terra ha spezzato e diviso, non solo la mia facoltà e le sue aule, ma il palazzo stesso della mia vita, e non vivo, non riesco più a farlo, perché questo posto è così banale e sciatto, abitato da mostri degni della fogna che è, perché qui non ho più niente e nessuno, perché qui non posso neanche cercare uno sguardo camminando nella folla di perfetti sconosciuti, non vivo, e non esisto nemmeno banalmente, il che sarebbe forse una via d’uscita, intrasono, se così si può dire, sono dentro me, solamente dentro me, e ad esser dentro, adesso, non è più il guardare alla specialistica che verrà ed a tutto il carrozzone conseguente con spavento, o terrore, o peggio ancora con noia e fastidio, perché il futuro sembra quasi non esserci più (o, se c’è, è così spaventosamente incognito ed inintelligibile che non dà l’impressione di esistere), tutto è presente, anche il passato che non passa mai di mente, una percezione che non smette mai di interagire con la memoria, un meccanismo perverso che mi ributta a viva forza nel girone ipermnestico da cui ero finalmente uscito.
Andrea, Americo, Alberto, Emanuele, Lorenza, Crizia, Oscar, Walter, Clemente, Francesco, Luca, Ilaria, Martina, Maria Barbara, Angelo, Fabio, persino Nuvola, e tanti altri, voci perse in una notte che sembra già perenne, insieme a tutte quelle facce che ho visto ed a cui non ho mai associato un nome, alle emozioni che ho vissuto, a metà, interamente, o peggio ancora per niente, mosaici di vite di cui perderò prima o poi i tasselli, come la tua, Arianna, un’esistenza sconosciuta anche in questo giorno in cui ho pensato di scrivermi ingannandomi di scriverti, in questi minuti in cui credo sia inutile l’aggrapparsi ancora alle nuvole che passano qua e là nel cielo per sfuggire a queste mie prigioni dell’anima ed eccomi qui, le mie parole davanti all’assenza dei tuoi occhi, e per l’ennesima volta la mia vita d’estraneo raccontata all’ennesimo personaggio a me del tutto ignoto, il mio racconto allo specchio ascoltato distrattamente da chi passa dietro le mie spalle, e mi fissa, e poi va via.
Certo, potrei non stare qua, potrei parlare di me a chi mi conosce meglio, a chi mi vive ogni giorno, è vero, qualcuno potrebbe suggerire sarebbe senz’altro più utile, tutto questo, ma non mi va, non mi va proprio, attorno a me non c’è nessuno e non voglio nessuno, qui, in Calabria, e c’è chi mi circonda e mi guarda senza mai dire nulla, o chiedere, in attesa di una mezza parola, di uno stupido canovaccio su cui costruir sopra buoni consigli o rinnovate speranze o condanne senz’appello, ma non mi vanno, adesso come sempre, i processi alle intenzioni, le analisi dei contesti e delle situazioni, la scomposizione in assurdità di ciascun problema o la soluzione in risa d’ogni sogno, non voglio le sentenze velenose, non voglio tutti quei motteggi arguti ed astrusi da alti pensatori realizzati con la convinzione di sapermi, e catalogarmi, e fabbricarmi e smontarmi, mi hanno cercato ma sono sparito, mi hanno chiesto ma non ho risposto, volevo parlare ma son stato zitto, ero in compagnia e mi sono isolato, ed ora ho voluto esser seduto a questo tavolo che non c’è e sono seduto con te, te che non mi puoi squadrare con lo sguardo idiota e che non puoi ignorarmi, te che non fai domande stupide perché non hai voce e te che non prendi tutto alla leggera perché hai dentro la presunzione di sapere cosa sia chi ti sta di fronte, perché in questo momento tu sei tutto, sei l’orecchio che mi ascolta e la bocca che mi parla, ma allo stesso tempo sei niente, sai niente, e ci lega un niente, non ci trattiene un tavolo invisibile né il filo della mia immaginazione, prenderò un altro treno e sarò di nuovo lontanissimo, tu salirai su d’un autobus e sarai più lontana ancora, ma siamo qui su queste sedie inesistenti in una stazione per nessun dove, siamo qui perché qui siamo capitati per caso, così come per caso le nostre vite si sono incrociate in un freddo mercoledì di gennaio.
Ed eccomi, allora, ed eccoti nuovamente qui, nella mia testa, nei miei pensieri confusi, nel mio ricordare incontrollato, i tuoi capelli lunghi, castani e ricci, gli occhi inespressivi, la bocca contorta nella solita smorfia di gatto ed il tuo smalto così orrendamente cremisi, e credo e so che pur non vedendoti ti riconoscerei fra mille, in notti calabre o nei boschi cullati nel loro sonno silente dal Liri, nelle vie e nelle piazze ora deserte dell’Aquila e nel ricordo delle aule affollate della nostra università, perché anche per te come per gli altri ho mandato giù a memoria tutta la scala dei tuoi sorrisi e dei tuoi sguardi, il tono monocorde delle tue sillabe, il viso immerso nella malinconia, il tuo continuo tentennare, parole a metà in un discorso mai iniziato che non finiremo mai, perché non penso esisterà più un tempo in cui poterti confondere con novecentonovantanove personaggi tutti così differenti e tutti così uguali a te, intensamente vacui, nascosti dietro il mascherone moderno di orribili occhiali da sole, e sederci attorno ad un tavolo a parlare delle solite stupidate, delle cose della vita, dell’idoneità d’inglese che fingevo non avrei superato mai o di Bretton Woods e di crisi energetiche, di fronte a quell’aula che mi chiedo se non sia stata polverizzata anch’essa come la mia, la tua, la nostra facoltà, sbriciolata in mille pezzi come tutti noi studenti, stupidi e intelligenti, affascinanti o orrendi, di lungo corso o matricole, come tutti i professori, capaci o meno, maestri o caporali, intellettuali del giorno dopo o no, come gli uscieri inutili quanto arroganti, come gli impiegati stipendiati a vuoto e come il Dipartimento di Storia, Palazzo Camponeschi e Palazzo Carli, edifici che non hanno più pareti e certo non perché sia entrato il cielo in una stanza o in un’aula sonnacchiosa, magari durante la lezione più noiosa che potesse mai capitarci, ma semplicemente perché i nostri corridoi, la nostra biblioteca, i nostri cortili e le nostre scale non esistono più, e come in un sogno li abitiamo, senza crepe, né squarci, quando Lettere e Filosofia è invece stretta attorno ad una tenda, quasi fossimo tuareg delle montagne e non del deserto, senza oasi, senza sole, ma con tanti chilometri alle spalle, un viaggio che ora sembra essere stato soltanto un miraggio, un’illusione che ogni tanto ci fa correre un brivido di nostalgia lungo la schiena e che spesso ci regala un sorriso, o ci condanna ad una lacrima.
E tutto questo fa male, fa male come il primo giorno in cui con il mio carico di speranze ed utopie ero sbarcato nel mio sogno reale, nell’Aquila che era libertà e maturità, coscienza ed incoscienza, presente e futuro senza un passato, la tela bianca su cui dipingere il mondo e la vita, fa male come il pensiero di un ultimo giorno che non avrebbe dovuto essere l’ultimo da vivere in una città così normale e bella e comune, le sue case, il suo corso, i suoi negozi, il suo archivio di stato dove leggevo di un senso di morte che credevo non l’avrebbe avvolta mai più, fa male come tutte le cose che perdi, per un istante o per sempre, fa male come la prima e l’ultima volta che ho scritto in pullman, la sera stessa in cui sono andato via, a marzo, in un luogo che non è né casa né niente e che non ha nessun comfort di sorta se non la musica di sempre, le solite note dei giorni soliti, riversando sui fogli nient’altro che un’anima strafogata di rabbia e dispiacere, priva di qualsivoglia volontà, perché non era più l’”hic manebimus optime” di due, quasi tre, anni prima, perché la voglia di scappare era diventata enorme, la voglia di fuggire da una quotidianità fatta di malumori e svogliatezze, di progetti naufragati e sogni infranti, perché fra tutti i capitoli che avrei immaginato di non scrivere l’ultimo mi aveva atterrito più di tutti gli altri, una speranza enorme trasformatasi in incubo, un orrendo mostro dallo smalto rosso e dal sorriso falso che infestava persino le mie notti, perché ci credevo, ci credevo perché era lecito pensare che, sì, questa sarebbe stata la volta e la svolta giusta, la persona giusta, ed invece no, non c’era stato nessun “yes, we can”, nessun “I’ve got the power” che tenessero il passo d’un altro fallimento, dell’ennesima delusione che, sommata a tutte le altre, aveva messo il punto, probabilmente quello definitivo, a quell’esperienza, perché il mio sogno e le mie illusioni erano ormai in pezzi, inutile negarlo, e non ci sarebbero state colle o nuove esperienze a ricomporlo, in poche settimane il cielo era diventato terra e la terra era sprofondata sotto ai miei piedi, fa male perché quel mostro eri tu, Arianna, fantasia ridicola e per sempre irrealizzabile, e soprattutto, soprattutto fa male perché questa realtà che rinnegavo e fuggivo è quella stessa città così martoriata, così ferita, così martirizzata di cui oggi tutti noi abbiamo nostalgia, il sacrario di pezzi delle nostre vite, la nostra amatissima e straordinaria città dell’Aquila.
mercoledì 6 maggio 2009
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