Probabilmente dovrei convincermi che in foto vengo sempre, orribilmente, male.
Più sorrido, più faccio immensamente sforzo nel far finta di rendermi per qualche istante seriamente allegro, e più la bocca si contorce in una sorta di smorfia che mi sfigura, deturpando un viso già di per sé smunto, sfatto e smagrito, un volto da marinaio affetto da pellagra e con il fegato devastato dall’alcol.Non è questione di bellezza, credo, almeno fin’ad un certo punto, se è legittimo pensare che sia bello quel che è vero, e non viceversa, prendi Caravaggio, ad esempio, o chi per lui.
Il motivo di tutto e di tutto ciò sta oltre, ben oltre la semplice fisicità, e ben oltre il quadro, la mano del pittore o l’obiettivo d’una fotocamera.
Bisogna scavare col cucchiaio dentro la pellicola, evadere dalle solite celle dell’ovvietà e puntare dritto al cuore del soggetto, nello scatto, smangiarne il sacco di pelle e penetrarvici con forza, perché, forse sì, aveva ragione chi sosteneva che le foto rubassero i movimenti dell’anima e non solo quelli, al solito più appariscenti, e banali, del corpo.
Proprio per questo, allora, penso sia un gesto inutile sorridere, se l’unica voglia che si ha, in fondo, è quella di digrignare i denti, e, in fondo ai polmoni, trovare la forza disperata di lanciare un urlo, blaterando parole senza senso e vomitando la rabbia come si fosse indemoniati in preda alla violenza d’un ritmo infernale.
Tarantella, note meridionali, esatto, forse, credo, e Munch, magari, di una foto del genere ne sarebbe veramente fiero, e forse lo sarebbe ognuno di noi, quando, tornando indietro nel tempo, immagine dopo immagine, album dopo album, eviterebbe di riconoscere l’ipocrisia d’un sorriso guardando se stesso in quell’istantanea di tristezza.
Non che funzioni sempre così, è ovvio.Ci sono momenti scadenti e momenti esaltanti, in cui il riso è solo una scontata conseguenza del movimento ballerino della mente, momenti in cui la madeleine proustiana non ci andrà sicuramente di traverso, senza tossire nei ricordi e nel pensiero quello che si è taciuto anni, o forse secoli, prima.
Cazzate.
I ricordi, i sogni, le foto, tutte cazzate.
Tutto si spezza, si distrugge, si consuma, e noi stessi ingialliamo come fogli di carta, come pagine bianche di lettere mai scritte, prima di finire inghiottiti nel sempre vorace mondezzaio della sconfitta, chiamalo vita, chiamalo morte, chiamalo errore.
Si perde, sempre.
Anche vincendo, si perde.
E, perdendo, si vince, funziona così, non puoi farci niente, neanche tentare di zittire il rumore di ferraglia sbattuta che il mondo fa quando inizia a rompersi, proprio no.
Reagire e subire e reagire e subire e mangiarsi la coda all’infinito possedendo talenti che non vanno sprecati, perché abbiamo solo quelli e nient’altro.
Può darsi che sia veramente così, può darsi di no, il confine dello Stige è un limite invalicabile che penso non attraverserò mai, l’inferno metropolitano è una caverna senza fronzoli e senza correnti d’aria, calda, accogliente, e non ci si lamenta veramente di niente, il prezzo dell’affitto non è poi troppo alto per noi intoccabili e per noi invisibili, mentre il paradiso è un postaccio per gente con la testa vuota, pieno di spifferi e di buchi fra le nuvole da cui si può rischiare di cadere da un momento all’altro.
Mi piace e mi delude al contempo il non aver niente per cui elettrizzarmi o niente per cui schiantarmi in terra come un astronauta perso nel vuoto sotto le stelle, tutti hanno questa parvenza di felicità sculettante e strombazzata a più non posso ma che si sbriciola in fretta, tutti perennemente insoddisfatti come me, anche se più rivedo quest’interminabile galleria di musi lunghi e di facce tristi e più penso che la gioia sia un continuo lamento.
Il perché scopritelo da soli, io resto qui a guardare inebetito e divertito l’unica foto decente del mio personaggio così scadente, l’unica e sola, una foto di quindici anni fa, la spiaggia, il mare, l’estate, e me, che me per come lo sono adesso ancora non ero e me che barba non avevo, stranamente, un bambino sorridente di cinque, sei anni e non di più.
All’epoca non conoscevo il significato dell’essere insoddisfatto, non puntavo ai miliardi o al lavoro o all’allegria, e mi piaceva fare i castelli di sabbia, paletta e secchiello e poca fantasia, venivano su tutti uguali, tutti belli, tutti svettanti piccole pietre o mozziconi di sigaretta, non come quelli che mi piace fabbricare ancor’oggi, a vent’anni e più, adesso che uso solo le mani, e, purtroppo per me, il cervello, sfornando rocche di forme diverse ma tutte cervellotiche, pazzoidi, manicomiali, basse, sciatte, forse resistenti al tempo ma mai armoniose, componendo uno splatter barocco senza limiti, come la mia vita, del resto.
Poi, be’, se non le cittadelle di sabbia, sono crollati tanti castelli in aria, e tante altre fortezze e convinzioni sono state restaurate a poco a poco o spazzate via dagli insulsi mostri del tempo, e se da bambino volevo fare l’archeologo che saltava di liana in liana combattendo contro le ingiustizie, oggi mi accontenterei di qualsiasi altra cosa, purché mi vada a genio, che poi del resto quand’ero piccolo, per dirla con uno del quale non son neanche degno di portare lo stesso nome, mi innamoravo di tutto, contrariamente ad oggi, che tutto mi piace ma non mi innamoro più di niente, e di nessuna, il tempo scorre lasciando dietro sé deserti e vuoti, e me, che sotto questo sole di niente mi riscaldo e non muoio di sete, tutto va bene così com’è, e non me n’importa di nulla.
Rilassatevi, prendetela alla leggera, senza fissazioni né rabbie, proprio come i bambini.
Se stia sognando un ritorno al passato?
Proprio no, visto che non si è mai partiti per il futuro.
domenica 22 febbraio 2009
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