Ultima della collezione, ma non per questo la meno importante, è una biondina dagli occhi vivaci alta quanto un barattolo di ciliegie (forse qualcosa in più) che per aspetto e carattere (brioso, solare, divertente) mi figuravo come una lampadina che puntualmente, ovviamente, non ha tardato a fulminarsi qualche mese dopo il primo impatto, fra liti talvolta avvilenti e perlopiù insensate ed un mutismo da mocciosa con cui non ha esitato, dopo molti tentennamenti (le piaceva dire, in questi casi, “metto le mani avanti”), a rovinare la nostra prima, ed ultima, estate insieme, non al mare (lei non comprava un costume dal primo liceo e non amava gli ombrelloni, a meno che non fossero altri – altri, non me – a proporre e progettare giornate in spiaggia), non in montagna (ci passo gran parte del mio tempo, fra cime innevate e pini, ma in cuor mio li detesto profondamente per la noia che ispirano), ma nella nostra sfigata, deprimente città, dove la desertificazione estiva avanza ben oltre gli standard delle grandi metropoli (anche se, vista l’endemica “truscia” degli ultimi anni, il fenomeno è da considerarsi in netta diminuzione).
Ad essere onesto, però, non ricordo nemmeno più dov’è che possa avere incontrato questa affascinante fanciulla (all’inizio sembrano tutte così belle, così carine, così gentili) per la prima volta.
Escluderei i locali, visto che non ne sono mai stato un habitué e che, qualora per miracolo fossi andato a prendere un panino in compagnia di amici da qualche parte, al sabato sera (unico giorno della settimana in cui non si assiste ad un altro fenomeno caratteristico della mia piangente cittadina, e cioè il coprifuoco spontaneo dalle ore venti fino alle otto del mattino), lei sarebbe stata circondata – e, soprattutto, incantata – dai suoi fantastici superamici (da notare l’impercettibile differenza di definizione esistente fra i miei ed i suoi), gente cui andrebbe dedicato un intero tomo di psicologia infantile.
Forse la vidi su d’un autobus, attratto dalle sue pupille verdi e dai suoi capelli ricci, non so (ero nel periodo in cui mi piacevano le ricce, ignorando quei loro proverbiali capricci di cui avrei, comunque, ben presto avuto prova. Un periodo durato poco, fortunatamente, prima di ritornare alla consueta e dolce accoppiata di chiome “lisce e castane”). Ultimamente non prendo molto i bus (almeno quelli cittadini), e, devo dire, non ho molti buoni ricordi della clientela che ne faceva uso, specialmente alla mattina presto, quando si riversavano sulle sei ruote i tipici tamarri delle periferie, destinazione scuola (braccia rubate all’agricoltura), e le vecchiacce dal ph molto basso (per gli ignoranti, dicesi “acide”), vere e proprie tiranne dei mezzi pubblici, aventi perenne destinazione ospedale (da cui speravo non tornassero più, visto l’odio che suscitavano in me i loro modi, contrariamente a quelli delle simpatiche, cordiali vecchiette cui riuscivo persino a cedere persino il posto, ed il che, posso assicurarvelo, non è affatto da poco).
Potrebbe anche darsi che la conobbi in una profumeria, vista la sua passione smodata per essenze tanto costose quanto orribili (non sarò un grande esperto di fragranze, né avrò un naso fino, viste anche le sue dimensioni, ma difficilmente dimenticherò la somiglianza tra un’“eau de toilette” ed un deodorante destinato allo stesso ambiente che notai in una mia compagna di classe, anni fa), roba da settanta euro per mezzo millilitro, nonché la smania di acquistare di trucchi di cui non faceva assolutamente uso (d’altronde, era innegabile una sua bellezza naturale che non necessitava d’essere impiastricciata), ma di cui le piacevano – non so come, non so perché, e credo di non volerlo sapere – le confezioni, chiamasi, se non vado errato, trousse (scusate, non sono molto pratico). È un po’ come quando collezioni lattine di birra, con la non sottile differenza di costi e, soprattutto, di contenuti. Il sacro nettare ha un uso ed una destinazione migliore e, di certo, assai più salutare. E, tal proposito, c’è da dire come lei fosse anche una mezza alcolizzata e questo era, se non altro, una delle tante nostre condivise affinità.
Magari fu in un negozio di elettronica, parlando dell’ultimo modello di cellulare o dell’ultima offerta per parlare gratis senza limiti nei giorni feriali delle feste natalizie (le feste più stressanti che ci siano), ma non credo proprio, anche perché, nonostante lei cambiasse il suo telefono ogni tre mesi per le cause più svariate (furti, guasti, moda, regali), io ne ho sostituito finora soltanto uno, e sol perché la batteria non andava (senza contare che, non m’avessero regalato a mia insaputa il primo, probabilmente sarei ancora privo di questo ormai indispensabile status symbol del terzo millennio, comunicando con estremo piacere soltanto a mezzo posta o piccione viaggiatore).
Oppure, ora che ci penso, conoscerla è stato un evento degno di una di quelle sere in cui non si ha niente da fare ed allora si parla del più e del meno, specialmente di cocktails e di beat anni ’60, con il primo o la prima che passa, e, questo, sì, mi pare assai più probabile, se non altro per le molte sere l’anno in cui il sottoscritto non ha assolutamente niente da fare. Cazzeggio e me ne vanto.
Nonostante questo, però, nonostante riesca a ricordare a stento gli inizi (forse all’epoca ero innamorato di qualcun’altra) c’è un particolare di lei che non posso assolutamente dimenticare: l’indecisione, la perenne, persistente, indissolubile, sempiterna indecisione.
Nessuna risolutezza, costanza zero, nessun pensiero fisso (al contrario dei molti chiodi fissi presenti nella sua mente) e tanti, tantissimi, troppi “non lo so”, tre parole che, del resto, erano la sua risposta preferita per ogni problema che avesse una qualche sembianza di serietà.
- Come stai?
- Non lo so.
- Con chi hai litigato?
- Non lo so.
- Sei viva?
- Non lo so.
- “Non lo so” è un paese dove parlano la mia lingua?
- Non lo so.
- La mia lingua, tu la sai parlare?
- Non lo so.
- Di’ “non lo so” un’altra volta, solo un’altra maledettissima volta e…
- Non lo so.
- …
A parte questi, ed altri, molti, svariati, avariati e variabili esempi, su d’una cosa, tuttavia, era molto sicura. Su di me e sul nostro idilliaco (ma non troppo) rapporto non c’erano assolutamente dubbi.Io ero, ma non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo, tant’è scontato, un “amico” (non ero e non sono mai stato, né mai ho avuto voglia di diventarlo, un membro dell’allegra combriccola dei suoi “superamici”), presto diventato un “fratello”. Un fratello in cui riporre fiducia, un fratello cui tendere sempre la mano, un fratello verso cui provare uno smisurato affetto, un fratello da ascoltare.
E voi ci credereste? La risposta è ovvia, la risposta è “no”.
Insomma, per farla breve, ero passato dal rango di semisconosciuto che faceva due passi per caso nella sua vita al grado di fratello in cui non si riponeva fiducia, cui mai si tendeva la mano, che mai si stava a sentire, fratello che allo stesso tempo manteneva (o, almeno, provava a farlo. Ho i miei errori, ma non ho la brutta abitudine di nasconderli in tasca) quelle stesse promesse nei confronti di una “sorella” che, col passare dei giorni, andava facendosi sempre più sorda ed indifferente, e che si scrollava facilmente di dosso qualsiasi fardello di responsabilità con un generico quanto ipocrita inno ai sentimenti (“ti voglio bene”, uao!) e con l’appiccicarmi addosso il ritratto piuttosto insoddisfacente (per non dire deprimente) di un “bravo ragazzo” che, al solito, deve “non cambiare mai” perché è tanto buono, tanto caro e tanto bravo, quasi come se Beatrice avesse scritto di Dante “tanto gentile e tanto onesto pare l’amico mio” e via dicendo, e non il contrario, a mo’ di presa per i fondelli.
Da buona tappezzeria, utile nei momenti di crisi esistenziale e nelle disfide con gli amici (il mio dottorato in vecchiume mi permise di partecipare ad un dibattito notturno sui firmatari della pace di Vestfalia che mi fece, com’è ben comprensibile, sprizzare gioia da tutti i pori, nelle ore seguenti), non starò qui a sottilizzare sui complimenti e gli apprezzamenti mai visti e mai sentiti, sulle promesse perennemente non mantenute, sul fatto che si provasse vergogna nell’entrare in casa mia, quasi fosse un covo di spacciatori e stupratori, sulle discussioni aizzate dai suoi atteggiamenti idioti, sulla sua arroganza, sul suo infantilismo, sul suo smisurato orgoglio, sulle lacrime di coccodrillo, sulle battute scarse, sulle tante bolle di sapone di cui andava cianciando, poi puntualmente esplose, su determinate, solite lagne, sui comportamenti indegni, ma quel “non cambiare mai” sapeva proprio di beffa, peggio che perdere cinquanta partite di fila alla playstation contro il principe degli scarsi.
Per lei, e, credo, solo per lei, non avrei mai dovuto migliorare me stesso nel mio carattere indolente di “bravo ragazzo”, quello che dovrebbe piacere a tutte le donne ed invece, chissà per quale strano motivo, non ne attira più nessuna. Certo è che non ne era attratta nemmeno lei, visto che adorava da matti (e ci soffriva da cani) un tipo che era tutto il mio contrario, un “cattivo ragazzo”, suppongo, uno di quegli “stronzi” che per certi (se non molti, se non tutti) versi ammiro ed apprezzo, gente che non segue la logica delle emozioni e che vede nella donna un semplice oggetto di contorno alla propria esistenza ed un accessorio atto alla riproduzione.
C’è forse da dire che sarò pur io ad usare male, se non malissimo, il mio charme da romantico ottocentesco, quello da “uomo che non deve cambiare mai” (potrei iniziare ad imbastirci su una campagna pubblicitaria), accompagnandolo ad un look trasandato di cui non me n’è mai importato un accidente (della premiata e sempreverde serie “non ti curi abbastanza”), sia per l’abbigliamento assolutamente fuori moda, composto perlopiù da jeans e tuta, sia per la barba ispida, sia per le sopracciglia, sia per i capelli perennemente spettinati e, quel che è peggio, per amici e parenti, negli ultimi tempi anche, piacevolmente, lunghi (ed un giorno, con tutta probabilità, me li taglieranno nel letto per il loro gustosissimo sfizio e secondo gli abominevoli canoni della loro bellezza).
È proprio vero, in amore la malvagità trionfa sempre, tranne che nei film ed in quel di Topolinia, dove si può persino non lavorare per vivere (anche se, viste le ambiguità di Paperina, inizio ad avere i miei dubbi sull’integrità morale dei mondi di topi e, soprattutto, paperi).
Però, nonostante questo, allo stesso tempo, trovo strano che, mentre gli amici cercano sempre di farmi capire, più con le cattive che con le buone, sbattendo spesso la testa contro il granito del mio cranio, che alla fin fine è il teorema di Ferrandini quello che conta, chi mi interessa, non si sa perché, sostiene tutto il contrario, sbandierando che la tenerezza non ha prezzo, che il sentimento conta, che non c’è solo il sesso, che sono unico, che “meno male che c’è ancora qualche ragazzo come te” e roba del genere.
Ma, allora, se due più due fa quattro, perché mi si apprezza ma non mi si considera?
Eccesso di qualità? Difetto di bellezza? Due più due fa nove?
È forse un complotto, una congiura?
Niente di tutto questo.
È meteoropatia, semplicemente, io la chiamo così.
È il cervello sconclusionato del gentil sesso che fa testo a sé e che giustifica le sue decisioni rimandando tutto ai massimi sistemi, a strane alchimie, ad arcani misteri, ad un “non sono io a scegliere” che è la scusa più idiota, più banale, più scontata, più brutale, più stupida mai apparsa sulla terra dalle tavolette mesopotamiche ai giorni nostri. Nemmeno a Norimberga escogitavano giustificazioni assurde come questa, anche se “eseguivo ordini dall’alto” e “non sono io a scegliere” sembrano quasi la stessa cosa.
Chi decide, allora? Il cuore è il nostro Hitler? Innamorarsi è male?
Senza badare alla Storia, almeno per stavolta, io non mi sento un invasato irrazionale.
Il mio cervello non riesce a farsi abbindolare da simili invenzioni, si rifiuta di farlo, non riceve ordini se non da me ed è incapace di ingoiare senza protestare motivazioni senza logica.
Lei, invece, no, non funzionava come la gran parte degli esseri umani.
Lei ci credeva, fermamente, seriamente, al nazismo dell’amore.
Non mancava mai di sottolineare la validità delle sue teorie, del suo “non sono io a scegliere di chi innamorarmi”, del suo “i sentimenti non passano in fretta”, del suo “io non riesco a dominare tutto con la testa”, e guai a non darle ragione: era sempre così, doveva essere sempre così, nelle sue storie, nelle mie storie, nelle storie di tutto il mondo, dall’Uzbekistan al Tagikistan, dal Cile alla Mongolia, dalla Namibia alla Liberia, e di questo si beava, ne era veramente felice, le sembrava di aver scoperto l’acqua calda, forse credeva le avrebbero dato il Nobel per questo.
Io, be’, io no di certo. Non aveva molto senso tutto questo, e l’effetto delle sue banalità femminili su di me non era certamente lo stesso, non trovava riscontro, mi infastidiva, mi dava l’ennesima prova della sua indecisione, nulla più.
Immaginavo avesse inventato tutto questo per giustificare i tentennamenti delle sue ultime relazioni sballate, sacrificando quel poco che era rimasto della sua intelligenza all’idolo supremo dell’orgoglio e della presunzione.
Non c’era possibilità che ammettesse di aver sbagliato, mai.
Non c’era verso di convincerla dei suoi errori, o, meglio, dei suoi orrori.
Tutto aveva un senso, il suo senso, un senso unico, ed era questo a bloccarle il cervello, completamente.
Non credevo alle mie orecchie quando ascoltavo la trama delle sue ultime storie, sembravano monologhi insensati la cui protagonista aveva l’enorme difetto di voler sempre ragione.
Ripeteva sempre le stesse cose, sbagliava sempre le stesse cose, ma non scendeva mai a patti con il mondo per trovare un compromesso, chiusa ed isolata sul monte della sua verità.
[...]
Infine, the last but not the least, i “superamici”.
Per lei, erano il vero e proprio motore della sua vita, i compagnucci indispensabili dei sabati sera più atroci che abbia mai trascorso in vita mia, gente che, come tutti i vanitosi della bottiglia, si vantava di bere e crollava dopo qualche bicchiere.
Per me erano un incubo, o qualcosa di molto simile.
Entravano in qualsiasi discorso, di sbieco o di striscio, dalle porte principali, dalle uscite antincendio, dalle finestre, dal tetto, da sotto il letto, ma il problema non era solo questo, perché il peggio si materializzava ogniqualvolta le chiedessi di vederci. Loro, i superamici, tutti o in parte, dovevano esserci, doveva propinarmeli per forza, quasi fossero un antibiotico disgustoso per curare chissà quale mia malattia. Lei non muoveva passo senza, ma la mia malattia erano loro, erano un cancro inestirpabile: minacciava di portarli con sé ovunque, non c’era verso di parlare a quattr’occhi, mai.
Mi chiedo se un giorno o l’altro farà sesso con il suo uomo e tutti loro lì nel letto, chiamati ad assistere.
Come tutte le cose appiccicose, come il gelato squagliato sulle mani, non mi divertivano molto. Come bevitori valevano poco, come comitiva valevano poco, come esseri umani valevano poco.
Nelle poche e tristi volte in cui ero costretto a sorbire la loro compagnia come un’amara cicuta (che sarebbe stata tutto sommato preferibile), erano noiosi, banali, non mi attiravano e, fra loro, necessitavano sempre del ridicolo per tirare su una risata, peggio di barzellettieri all’ultima spiaggia, peggio di tutte le mie battute squallide messe insieme (e posso garantirvi che non sono poche, anzi, potrei scriverci un bel libro, qualcosa tipo “le battute da non fare” o giù di lì).
Non un discorso che non fosse piatto, non un briciolo di intelligenza, non un po’ di brillantezza, di vivacità, di qualcosa che li rendesse piacevoli o attraenti.
Non mi piacevano, semplicemente.
Ed io, con tutta probabilità, se non con estrema certezza, non piacevo loro.
Lì in mezzo, al pub, al fast food, per la strada, fra le vie del paese o ai soliti giardini, ero lo “straniero” in ogni senso antropologicamente accettato, mi sentivo come tale (sembravo un fungo in mezzo al mare) e come tale ero percepito (sembravano pescecani pronti a sbranare in un boccone il povero fungo).
La cosa peggiore, poi, è che ero quasi sempre muto.
Di per me non sono un gran chiacchierone, con le corde vocali ci so fare poco, ma con quei quattro non avevo di che ridere, men che meno di che chiacchierare, fuori com’ero non solo dal loro mondo, ma dalle loro esistenze. Pensavo di continuo ai fatti miei, lasciavo che le discussioni andassero avanti senza mostrare un benché minimo interesse. Le prime volte, poi, mi sembrava di essere sottoposto (se e quando mi si filava), ad un interrogatorio, domanda e risposta, domanda e risposta, e questo mi infastidiva, mi infastidiva sempre, mi infastidisce ancora.
Quel terzo grado era poi la dimostrazione di quanto non li vivessi. Alcuni di loro non avevano mai sentito parlare di me, parevo loro un pazzo uscito dal manicomio che sbandierava ai quattro venti ed ai sette mari di conoscere la nostra amica in comune.
Io non ero con loro, non ero come loro, e loro non erano come me, nonostante la mia dolce sorella fosse convinta del contrario e provasse con tutti i mezzi (come quello di chiamarmi sul cellulare a ripetizione, una cosa che odio) e con tutte le forze (quante volte m’avrà chiesto di uscir con tutti loro, a volte anche in un giorno solo?) ad imprigionarmi per sempre in mezzo ai superamici, due uomini e due donne di cui non me ne importava niente. Lei non se ne accorgeva, e non lo capiva. Io cercavo sempre di tirarmene fuori, di cacciar scuse, ma scemo come sono sempre stato non volevo scaricarli. Era deprimente.
Erano quattro, I’ho già detto.
I due ragazzi avevano la mia stessa età, almeno sui documenti, visto che capelli rossi avrebbe fatto un figurone tra i bambini dell’asilo e l’altro avrebbe potuto benissimo diventare protagonista di un qualche episodio di bullismo sui banchi delle medie. O diventarne vittima, vista la sua estrema simpatia.
Il tizio dell’asilo non mi era tanto antipatico, era cordiale di suo, ma aveva una voce fastidiosa, quasi da oca, ed un umorismo pessimo. Ne provavo un po’ compassione, somigliava tanto ad un pupazzo nelle mani del resto del gruppo, degli altri superamici, mancava di aggressività, pareva non arrabbiarsi mai e poi mai, era succube dei suoi padroni così ghignanti e sorridenti ed era contento di esserlo, scarrozzando un po’ tutti a bordo del suo catorcio rosso.
Mi sapeva di sfigato, con molta certezza lo era.
Inoltre, a completare il quadro della sua triste esistenza, s’era invaghito della mia “sorellina” acquisita.
Era un “bravo ragazzo” anche lui per poter sperare di averla, ma nonostante questo ne era geloso, possessivo, le telefonava in continuazione, si informava sui suoi spostamenti e non sopportava l’idea che qualcuno la avvicinasse, era paranoico e non era poi una rarità che si disperasse per questo: aveva pianto in precedenza, continuava a farlo, non riusciva a levarsela dalla testa, e forse lei era l’unica, insieme alle altre due arpie del gruppo, che riuscisse a frequentare.
Certo, la mia dolce amica sembrava comprensiva, disponibile (era una superamica a sua volta, d’altronde, ed aveva, almeno a parole, certo non nei fatti, un concetto molto elevato di amicizia, un “troppo” irraggiungibile), affermava perentoria che non gli si sarebbe più avvicinata per non ferirlo (“credo non ci uscirò insieme per qualche mese, è giusto così”), per poi cambiare idea nel giro di qualche settimana, com’era, s’è già visto, nel suo stile: insomma, a pensar male, e, dunque, bene, in tempo di carestia avrebbe senz’altro potuto contare su d’un servo pronto ai suoi comandi, un altro uomo ridotto a rottame da una donna, un manichino da gettar via alla prima, buona occasione.
È vero, era proprio uno sfigato, ma tutto sommato facevo il tifo per lui, non se lo meritava, e nessun uomo merita di fare una fine simile.
Il suo compare ed opposto, il “bullo”, era, al contrario, un idiota pieno di sé.
Non servono poi molte parole per descriverlo: né dandy, né cool, un cretino come pochi antipatico come tanti, o un cretino come tanti antipatico come pochi, fa lo stesso. Era acido e scontroso, humour inesistente, vocina tipica degli arroganti, occhialetti da intellettuale e faccia da schiaffi, modi di porgersi degni di uno scaricatore di porto. Mi era odioso ed insopportabile più di tutti gli altri messi insieme, non ci potevo far nulla, era più forte di me, funzionava allo stesso modo che con la mia vicina di casa, né più, né meno.
Non so come, ma era fidanzato, e, per giunta con una delle due superamiche, anche se, tutto sommato, non penso ce ne sia poi tanto di che meravigliarsi, visto il personaggio mediocre che quest’ultima interpretava: bruttina ed acida (non solo gli opposti si attraggono, a quanto pare), futura strizzacervelli (il che è tutto un programma), era pronta a sminuzzare a fette chiunque in qualsiasi momento con la sua lingua tagliente ed affilata, con il suo viscidume. Una vipera non avrebbe senz’altro potuto essere più velenosa, nonostante il suo punto forte fosse un altro, ancor peggiore, se al peggio non c’è davvero mai fine.
Quel che più la rappresentava, il suo inconfondibile biglietto da visita, evidentissimo già dopo aver scontato i primi cinque minuti dei suoi orribili sorrisi e delle sue ancor più terribili domande stereotipate, un’infinita sfilza di scemenze degne al massimo di un “sì” o un “no” per risposta, era un’ipocrisia smisurata, una falsità intrinseca ed inestirpabile, una mala pianta che, unita all’egoismo e a una faccia tosta senza pari, le permetteva di alternare bellamente le sue maschere e voltare continuamente le spalle (sempre in nome dell’amicizia, il bel sentimento dalla “A” maiuscola, sempre nei confronti del più “forte” in difesa del più “debole” del gruppo), fra gli applausi scroscianti o le vibranti proteste di tutti gli altri, anch’essi specializzati nel tutti contro uno (meglio del wrestling).
Credo stesse sulle scatole un po’ a tutti e tutti le stessero sulle scatole, ma rappresentava di certo l’elemento più destabilizzante di tutta cricca, la mina vagante che, presto o tardi, avrebbe fatto saltare tutto in aria cancellando quei sorrisi idioti dalle loro facce (e non sarebbe mai stato troppo tardi per salvarli dalla demenza).
L’ultima, nullafacente per vocazione e per scelta, era per mia sorella la sua “migliore amica, una sorella”, e rappresentava, di conseguenza, e molto di rimando, l’ennesima mia parente acquisita (ah, queste famiglie così allargate!) quando, in realtà, il dialogo si limitava il saluto ed il rapporto si fermava al cogliere anche il suo profondo vuoto interiore.
Provavo un’infinita tristezza per tutti.
E speravo proprio che l'acidona ce l’avrebbe fatta, prima o poi.
giovedì 29 gennaio 2009
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1 commento:
... la mia più grande liberazione, senza ombra di dubbio.
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